Politica

Elezioni Milano 2016, Giuseppe Sala: il preferito di Renzi è l’highlander di Expo con gli arrestati intorno

Bocconiano, ex manager di Telecom, ex direttore generale della Moratti, l'ad dell'Esposizione travolta dagli scandali potrebbe essere il candidato sindaco per il centrosinistra. Ma prima ha ancora una "mission impossible": far quadrare i conti della manifestazione

Ne resterà soltanto uno. Giuseppe Sala, l’highlander, ha visto cadere uno dopo l’altro tutti i manager che aveva attorno a sé a Expo. Inquisiti, arrestati, condannati, i magistrati e i carabinieri glieli hanno portati via dalla stanza dei bottoni dell’esposizione universale. Sala è restato solo. Inossidabile, inscalfibile, fisso come il palo della Banda dell’Ortica, a esprimere ogni volta il suo stupore per quel che gli succede intorno. Frodi? Tangenti? Gare truccate? Faccendieri? Boss mafiosi? Non gli risulta, non se n’era accorto. Ora il presidente del Consiglio butta lì una frasetta in un’intervista a una radio (“A me Sala piace moltissimo”), poi elogia l’Expo dalla Festa milanese dell’Unità ed eccolo catapultato tra i candidati a diventare sindaco di Milano. Prima ancora di aver fatto i conti di Expo e con Expo, che potrebbero riservargli molte e variegate sorprese.

Beppe il milanese bocconiano e manager
Giuseppe Sala
detto Beppe, nato a Milano nel 1958, è quello che i non milanesi hanno in mente quando pensano a un milanese. Si laurea in Economia e commercio all’Università Bocconi nel 1983, agli albori del mito della Bocconi come fabbrica di yuppie di rito ambrosiano. Va subito a lavorare in Pirelli, dove ricopre diligentemente una serie d’incarichi nelle aree del controllo di gestione, della pianificazione strategica, della valutazione degli investimenti, della gestione di nuove iniziative di business. Fa i conti, insomma, e cerca di farli quadrare, da buon travet senza troppi grilli per la testa. Nel 1994 diventa direttore controllo di gestione e pianificazione strategica di Pirelli Pneumatici, nel 1998 viene finalmente nominato amministratore delegato della società Pirelli Pneumatici e tre anni dopo, nel 2001, è – sentite un po’ – Senior Vice President Operations, responsabile delle strutture industriali e logistiche.

Il capo dei capi, Marco Tronchetti Provera, prende il travet sotto la sua ala e ne fa una sorta di assistente del presidente. Intanto, Sala aveva avuto un serio problema di salute, che aveva però risolto con grande coraggio, tornando con ancora più forza a lavorare e a far carriera. Nel 2002, Tronchetti è preoccupato per la guerra che dentro la controllata Telecom si stanno facendo l’amministratore delegato Riccardo Ruggiero e il vicepresidente Carlo Buora. Cerca di usare Sala come truppa d’interposizione tra i due e lo manda a fare lo Chief Financial Officer di Tim, poi l’assistente del presidente di Telecom Italia e infine il direttore generale di Telecom Italia Wireline. Sala però gioca in proprio e si schiera con Ruggiero. Diventa, nel 2005, direttore generale della società che nasce dalla fusione tra Telecom Italia e Tim. Vive dall’interno la stagione delicatissima che sarà poi oggetto dell’inchiesta giudiziaria sui dossieraggi Telecom, ma senza restarne minimamente sporcato: tutte le responsabilità, del resto, sono buttate sul “cattivo” del momento, il capo della sicurezza Giuliano Tavaroli.

In Telecom, Sala è un omino grigio che si occupa dei conti. Ma pagato benissimo. Lo ricostruiscono Gianni Dragoni e Giorgio Meletti nel libro La paga dei padroni. Nel 2003, da direttore generale, guadagna 565 mila euro, ma nel 2004 balza addirittura a 3 milioni e 91 mila euro: un aumento del 447 per cento, grazie a uno strepitoso bonus del quale le note al bilancio non danno alcuna spiegazione. Nel 2005 scende un po’, a 2 milioni e 488 mila euro, incassando, si legge nel bilancio, “compensi erogati a titolo di Management by Objectives, di Long Term Incentive e di rata relativa al piano di retention”. La prima voce vuol dire che ha raggiunto gli obiettivi fissati, le due successive significano che Telecom gli ha dato molti soldi anche per convincerlo a restare fedele all’azienda. Sforzo vano: all’inizio del 2006 Sala se ne va, incassando però 5 milioni e 680 mila euro, di cui 3 milioni di euro come buonuscita. Dunque: Telecom ha dato a Sala 1 milione e 700 mila euro nel 2005 per farlo restare; e 3 milioni all’inizio del 2006 per farlo andare via. Sublime.

L’uomo dei numeri incontra la politica
Tra il 2007 e il 2008 fa il consulente. È presidente di Medhelan Management & Finance e Senior Advisor per Nomura. Ma nei suoi ultimi anni dentro Telecom ha stretto rapporti politici (per lo più a destra) che gli valgono la chiamata, nel gennaio 2009, a fare il direttore generale del Comune di Milano, che è ormai la più grande azienda della città. Sindaco allora, per il centrodestra, è Letizia Moratti e l’uomo che lo fa entrare a Palazzo Marino come capo dell’amministrazione è Bruno Ermolli, il gran consigliere di Silvio Berlusconi, l’uomo invisibile a cui piace essere considerato il Gianni Letta di Milano, il silenzioso kingmaker che presidia in città l’invisibile incrocio tra alta politica e grandi affari.

Un anno dopo, Expo è alla disperazione. Sta per collassare a causa dei litigi tra i politici e per colpa della inconcludente gestione di Lucio Stanca. Siamo nel giugno 2010 e l’esposizione non ha ancora mosso un solo passo, non ha aperto un solo cantiere, non ha indetto una sola gara (e in compenso ha già speso 40 milioni di euro). Allora è sempre Ermolli a sussurrare al sindaco Moratti il nome del manager a cui affidare la mission impossible di salvare l’operazione: è Giuseppe Sala. Lui accetta la sfida. Lascia la poltrona di city manager e nel giugno 2010 si trasferisce a Expo.

Si mette al lavoro. Taglia un po’ di costi. Trasferisce la sede di Expo 2015 spa dal costosissimo Palazzo Reale, preteso da Stanca che voleva la vista sul Duomo, a via Rovello, sopra la gloriosa vecchia sede del Piccolo Teatro fondato da Giorgio Strehler. E dà finalmente il via alla macchina che deve realizzare l’esposizione.

A questo punto scattano i suoi rapporti bipartisan. Un anno dopo, il 30 maggio 2011, Giuliano Pisapia, a sorpresa, batte Letizia Moratti al ballottaggio e diventa sindaco di Milano: conferma Sala amministratore delegato di Expo spa, mettendogli a fianco Gianni Confalonieri, a cui Pisapia delega ogni decisione sull’esposizione. Poi, nel maggio 2013, è l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta (Pd) a nominarlo anche commissario unico delegato del governo per l’Expo. Caduto Letta, dopo un ineffabile “Enrico stai sereno”, arriva Matteo Renzi che “ci mette la faccia” e si assume l’impegno di fare di Expo l’icona dell’Italia che riparte: il compito operativo lo affida a Sala, che beve l’amaro calice. Mica gratis. Sala a Expo riceve un compenso di 430mila euro all’anno, raggiunto sommando il compenso come consigliere d’amministrazione (27mila), quello di amministratore delegato (270 mila parte fissa, 126mila parte variabile in base ai risultati ottenuti) e i rimborsi spese (7mila). La “riforma” di Renzi del 1 aprile 2014 che introduce un tetto (300mila euro) ai compensi dei manager pubblici resta per Sala (e non solo per lui) un pesce d’aprile: non vale.

L’omino grigio di successo, comunque, si rimbocca le maniche e nell’estate 2011 fa partire le gare. Cominciano così tre anni di passione, lacrime, sudore, sangue e manette. Sala diventa l’highlander che sopravvive, solo, a tutti i suoi manager che uno dopo l’altro vengono portati via. Il primo è Angelo Paris, l’uomo che gode dell’assoluta fiducia di Sala ed è, come General manager constructions e responsabile acquisti, il più potente dirigente operativo di Expo. Purtroppo finisce in manette l’8 maggio 2014, insieme al gatto e alla volpe della Prima Repubblica, Gianstefano Frigerio e Primo Greganti. È accusato di far parte di un’associazione a delinquere che condiziona i lavori di Expo e trucca le gare d’appalto. Il secondo a cadere è Antonio Acerbo, subcommissario Expo delegato alle infrastrutture, nonché responsabile del Padiglione Italia e delle vie d’acqua. Di fatto, il numero due di Expo spa. Viene rinchiuso in casa, agli arresti domiciliari, il 14 ottobre 2014, con l’accusa di aver favorito la Maltauro e un’azienda associata, la Tagliabue, in cambio di 300 mila euro in consulenze chiesti per il figlio. Il terzo è Andrea Castellotti, un dirigente della Tagliabue che viene fatto assumere da Acerbo in Expo, come facility manager di Palazzo Italia.

Inchieste, il “paradosso della moratoria”
Il quarto è Pietro Galli, direttore generale vendite, marketing e gestione dell’evento, che l’Espresso scopre essere un condannato definitivo per bancarotta: fa niente, era tanto tempo fa e poi la cifra era piccola, Sala lo perdona e gli rinnova la fiducia. Ogni volta che scatta un arresto, Sala è costernato. Subito dopo le manette a Paris, dice: “Alzi la mano qui chi aveva dubbi su Paris”. Poi arriva quella che qualcuno ha chiamato la “moratoria Expo”: la Procura di Milano, dopo il conflitto tra il procuratore Edmondo Bruti Liberati e il suo aggiunto Alfredo Robledo (sconfitto), smette di fatto d’indagare sull’esposizione, lasciando che l’evento si svolga senza altri scandali. Renzi ringrazia: “L’Expo non doveva esserci, ma si è fatta grazie a Cantone e Sala, grazie a un lavoro istituzionale eccezionale, grazie al prefetto e alla Procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale”. Che cosa sia la “sensibilità istituzionale”, per una Procura della Repubblica, non è chiarissimo, in un Paese in cui l’azione penale è obbligatoria e non rinviabile. Ma se ne riparlerà a fine Expo, quando Bruti andrà in pensione. Allora scatterà il “paradosso della moratoria”: se le indagini non riprenderanno, ci sarà qualcuno che penserà siano state lasciate a metà; se riprenderanno, sarà la prova che la “moratoria” c’è stata.

Sala fa i suoi conti e spera di ricevere il premio che si merita. Ha gestito la preparazione di Expo portando il suo vascello attraverso molte tempeste, ha sbattuto la chiglia contro gli scogli delle inchieste, durante il lungo viaggio ha perso i migliori uomini della sua ciurma finiti in galera, ma alla fine – merito soprattutto di quel santo di Marco Rettighieri, il manager di Italferr-Ferrovie dello Stato arrivato a dirigere i lavori dopo gli arresti – è arrivato in porto ed Expo, pur tra ritardi e camuflage, ha aperto i cancelli. Poi, in un incredibile embargo che ha coinvolto anche i dati dei viaggiatori sul metrò e della spazzatura raccolta, Sala è riuscito a tenere per tre mesi segreti i veri numeri degli ingressi, per nascondere cifre molto più basse delle previsioni. Per coprire le sue bugie ha inventato una storia incredibile ed esilarante con due argomenti che si contraddicono tra loro.

Dice Sala: non ho i numeri degli ingressi. Uno: perché il caldo blocca i tornelli. Due: perché i tornelli li blocco io, per rendere più veloce l’entrata, quando sotto il caldo si formano code troppo lunghe. Moltissimi hanno riso, naturalmente. Pochissimi si sono fatti vedere mentre ridevano. I giornali, generosamente finanziati da Expo, hanno fatto finta di credere a Sala. Le spiegazioni sono da supercazzola: “A ciascuno dei varchi si manifestano situazioni operative differenziate, ricorrenti ma non riconducibili a un processo di verifica automatizzato degli accessi, che rendono difficile – se non impossibile – effettuare una rilevazione degli accessi”. Sedetevi e concentratevi. “La società Expo, quando si verificano picchi di afflusso, a volte permette l’accesso ai visitatori senza passaggio del biglietto sul lettore ottico, ma solamente ritirandolo; ciò è avvenuto, in modo particolare a maggio e giugno con l’ingresso mattutino delle scuole e sta avvenendo, a volte, in luglio per velocizzare gli ingressi ed evitare code sotto la calura anomala”.

Non basta: “Sempre in funzione delle altissime temperature, viene riferito che si sono verificati problemi di lettura, in quanto gli apparati digitali nelle teste dei tornelli hanno subìto malfunzionamenti mentre, in generale, si sono spesso registrati problemi tecnici di lettura dei biglietti su smartphone (codice a barre non rilevabile, luminosità insufficiente etc); infine, nei primi dieci giorni di maggio i sistemi di rilevazione hanno funzionato male e la società Expo ha riferito di avere conseguentemente perso i files di lettura degli ingressi”. È letteratura che rasenta il sublime. Sala, per non dare i numeri veri, che smentiscono seccamente le previsioni, dice che non ha i numeri e dunque ammette che li inventa e li aggiusta; e non li ha perché fa troppo caldo, perché c’è troppa coda, perché ha aperto i tornelli, perché i tornelli non funzionano, perché i telefonini non vengono letti… E, infine, perché ha perso i files.

I tornelli e il caldo Tattica Belushi
Ricorda i bambini che non hanno studiato la lezione e alla maestra raccontano storie incredibili e troppo complicate. O sembra John Belushi che nel film Blues Brothers spiega alla fidanzata perché l’ha abbandonata all’altare, in un crescendo di panzane megagalattiche. Dopo aver ingarbugliato il gomitolo dei visitatori, ora dovrà sgarbugliare quello dei conti: come farà a farli quadrare, con ingressi inferiori alle previsioni, biglietti svenduti a prezzo di saldo, costi delle opere che raddoppiano (Palazzo Italia, per esempio, da 28 a 53 milioni)? Ma Sala “piace moltissimo” a Renzi. Ha presidiato una parte del suo format: l’Expo come icona della ripartenza dell’Italia. Merita un premio. Se non la poltrona di sindaco di Milano, qualche posto più tranquillo e meglio remunerato.

Da Il Fatto Quotidiano dell’8 settembre 2015