Politica

Italicum, Renzi l’Amerikano

I bravi commentatori ci hanno spiegato che l’Italicum era ed è una pessima legge, foriera di effetti antidemocratici (imposizione di un regime a sovranità limitata, presidenzialismo mascherato, personalismo autoritario e chi più ne ha più ne metta).

Indubbiamente. Ma la recentissima vicenda, essenzialmente sovversiva nel suo essere apparentemente indolore, consente di far emergere più nitidamente il senso di un’operazione complessiva. Che sarà definitivamente confermata nel momento in cui il Presidente Mattarella – alla faccia degli appelli di tante anime belle a non farlo – apporrà la firma in calce alla legge, chiudendo definitivamente il cerchio legislativo. Un definitivo suggello di appartenenza, perché quanto avvenuto è il momento topico di uno scontro di classe sottotraccia, in cui “il clero partitico” ha definitivamente trionfato sulla società (nel tacito collaborazionismo della sua parte meno bellicosa, cui appartiene anche l’inquilino del supremo colle, non meno dei presunti oppositori del premier nel Pd; con l’indichiarabile apprezzamento di larga parte dei signori della guerra già intruppati nell’orda berlusconiana).

Matteo Renzi potrà fare finta in conferenza stampa di coltivare raffinatezze letterarie citando il giallista teologo Gilbert K. Chesterton (e lo spin doctor Filippo Sensi è lì anche per quello), ma la sua vera natura è quella del predatore che risponde in prevalenza a sollecitazioni istintuali. Per questo introietta già a livello inconscio la grande lezione del privilegio rampante che i presunti Padri Fondatori della democrazia americana misero a punto a tutela dei privilegi, loro e dei loro referenti (di classe): allora gli interessi della nuova aristocrazia del denaro, che si sostituiva a quella di nascita; ora il ceto partitico accaparratore di clamorosi vantaggi di posizione, da tutelare nel rapporto coalizionale con altri rentriers fruitori di rendite posizionali (imprenditori e manager, finanzieri e bancari, abbienti in genere).

In altri tempi si sarebbe gridato al “Renzi, l’Amerikano”.

Ma la priorità politica è sempre blindare le posizioni di chi si è insediato nei piani alti delle istituzioni. Come dimostra il fatto che per la crisi sociale in atto e le sue conseguenze cariche di sofferenza diffusa nulla è stato fatto, le politiche del lavoro si rivelano palesi sceneggiate alla faccia di crescenti disoccupazioni, la catastrofe di competitività del nostro sistema produttivo merita solo la cavatina della mano libera ai vertici aziendali nel sottomettere maestranze riottose. Infatti l’attenzione della task force governativa era quella di blindare le posizioni di potere. E lo si è ottenuto attestandosi nell’area centrale del campo politico dove vigono i principi cari alle maggioranze silenziose (Legge e Ordine), su cui innestare il soggetto acchiappatutto denominato Partito della Nazione. Un posizionamento che prosciuga a destra e mette sotto ricatto gli sparuti drappelli che pretenderebbero di incarnare antiche tradizioni progressiste (Giustizia e Libertà); ricordando loro che se non si limitano a ruoli puramente decorativi verranno espulsi – attraverso il meccanismo della mancata rielezione – dal Paradiso partitocratrico. Da traditori di classe.

Nel Paese può crescere quanto vuole la disillusione, fino e oltre le soglie dell’insofferenza. L’opinione popolare non produce effetti su un assetto di potere che si è autonomizzato rispetto agli effetti del voto: basta poco più del venti per cento dei consensi espressi per acquisire maggioranze bulgare; mentre con i meccanismi di designazione del personale politico si producono tranquillizzanti cooptazioni.

Insomma – al di là dei tecnicismi, con cui una critica minimalista tanto si è dilettata – l’operazione Italicum risulta la magia primordiale dell’invulnerabilità per questi spregiudicati giovanotti e giovanotte scalatori dell’Olimpo nostrano. A cui la rabbia montante non fa neppure il solletico (e le demenze dei casseurs milanesi gli regalano meravigliosi spot propagandistici in quanto Partito della Nazione).

Come uscire dall’impasse? Bisognerebbe conquistare consensi elettorali in misura tale da sfilare la rendita di posizione ai rentiers politici. Un motivo di riflessione per i Cinquestelle che pretendono comunque di giocare la loro partita da soli.