Scuola

Università, cinque miti burocratici da sfatare

Ben vengano criteri oggettivi, parametri con cui si possano evitare disomogeneità fra atenei e limitare abusi, o almeno screditare palesemente chi li perpetra! Il guaio è che ci sono colleghi oltranzisti che ne fanno dei totem, delle chiavi di volta del sistema universitario.

Indici bibliometrici. La produzione scientifica consiste prevalentemente in articoli su riviste specializzate e si pretende di misurarne la qualità attraverso le citazioni da altri autori. Ne vengono indici di valutazione di riviste e ricercatori: impact factor, g-index, h-index. Certo sono utili per individuare una coda di persone che producono poco o male, ma dubito che possano servire a mettere in ordine la parte migliore. È poi facile ingannare il sistema organizzando citazioni reciproche.

Giudizi degli studenti. Finalmente, da qualche anno, gli studenti hanno una voce ufficiale: i questionari anonimi sugli insegnamenti, che compilano nelle ultime lezioni. Sono utilissimi al docente volenteroso per migliorare il servizio. Poi evidenziano, se negativi, dei punti critici che i coordinatori dei corsi di studio devono rilevare. Ma non possono essere considerati indici assoluti della bontà dell’insegnamento: dipendono anche da come la materia s’inserisce nel corso di studio. Anche qui, poi, è abbastanza facile far crescere il proprio gradimento a scapito della qualità del corso.

Determinismo concorsuale. Lo dico subito: penso che una sede abbia diritto di scelta fra i concorrenti migliori. È normale in altri Stati ed è stato così per un certo periodo anche da noi: la commissione formulava una terna di idonei, fra cui la facoltà sceglieva; i due non scelti potevano poi essere assunti da altre sedi. Ovviamente qualche volta (troppe volte?) se n’è approfittato per “ternare” e poi chiamare degli inetti. Inoltre era un sistema che favoriva la chiusura all’esterno degli atenei più provinciali. Per reazione, oggi si pretende che si formuli un punteggio assoluto sulla base dei titoli. Se poi il vincitore si limita a svolgere le ore di lezione nella sede di servizio e continua l’attività di ricerca in quella d’origine, pazienza; se rinuncia, mandando in vacca il concorso, pazienza (a me sono accadute entrambe le cose dopo concorsi in cui ero commissario). Se si rivela un pessimo didatta, pazienza; se non partecipa all’organizzazione, pazienza.

Le impalcature formali non frenano la disonestà: un tempo in certi concorsi si pescava il titolo della prova scritta fra tre; ho visto con i miei occhi tre titoli proposti, di cui due erano le metà del titolo di tesi e il terzo quello di una tesina di un candidato! L’unica possibilità è l’impatto della valutazione degli assunti, una delle pochissime cose buone promulgate dalla ministra Gelmini.

Limite al numero di esami. Questa è una pensata del ministro Mussi: non più di 20 esami nella laurea triennale, non più di 12 nella magistrale. È vero che c’erano facoltà con miriadi di esamini, ma così ha costretto certi corsi di laurea (io vivo l’esempio di Ingegneria) ad attaccare con lo scotch degli insegnamenti poco affini, per costruire dei maxi-corsi integrati che sono una vera pena per gli studenti. Naturalmente Mussi aveva venduto l’iniziativa come favorevole agli studenti! Nella peggiore versione della mentalità burocratica, vedeva tutti i corsi di studio come equivalenti, dal Dams a Fisica, da Agraria a Economia.

Crediti Formativi Universitari. Anche un altro ministro, Luigi Berlinguer, pensava che tutti i corsi di studio fossero uguali: inventò il Cfu, corrispondente a 25 ore di studio (in aula o individuale) dello studente tipo. Tutte le lauree triennali prevedono 180 crediti. Vale a dire che in qualunque corso di laurea lo studente deve mediamente studiare 60×25=1500 ore all’anno. Un effetto grottesco è che per certe lauree, in cui le ore di lezione sono poche, un Cfu vale 6 ore di lezione frontale, mentre per altre ne vale 10. Ovviamente le 10 ore di lezione a Ingegneria richiedono solo 15 ore di studio individuale, vero? Mentre le 6 dell’altra laurea ne richiedono 19… Altro effetto: uno stesso insegnamento, con stesso programma e stesso numero di ore, può essere di 6 crediti in un ateneo e di 5 o di 7 in un altro, con problemi per i poveri cristi che vogliono trasferirsi.

Nota personale per i lettori maliziosi: i miei indici bibliometrici sono non eccelsi ma sopra la mediana del settore. I giudizi dei miei studenti sono molto buoni. Dei 13 professori del mio settore nella mia università, 7 si sono laureati in altre sedi.