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Regno Unito, l’ala destra dei tories a Cameron: “Fuori da Ue e da soli nel Wto”

L'anima euroscettica dei conservatori inglesi all'attacco in vista delle elezioni di maggio e l'ascesa dello Ukip: "L'organizzazione mondiale del commercio è l'alternativa all'Europa

Unione europea? Meglio l’Organizzazione mondiale del commercio. Secondo la frangia più euroscettica del partito conservatore dei tories di David Cameron, l’Omc costituisce un’alternativa non solo valida ma addirittura preferibile alla permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea. La proposta arriva al termine di una conferenza sulle alternative all’Europa organizzata a Londra proprio dai tories, la cui anima euroscettica sta prendendo il sopravvento complice anche l’avvicinarsi delle elezioni nazionali di maggio e l’ascesa nei sondaggi dell’Ukip di Nigel Farage. I tories più euroscettici propongono di uscire dall’Ue ma di mantenere i rapporti commerciali con il continente grazie ad un’adesione singola all’Omc, organizzazione alla quale oggi il Regno Unito aderisce ma sotto la bandiera dell’Unione europea che, in virtù del mercato unico, rappresenta tutti i 28 Paesi Ue.

D’altronde non è un segreto che proprio l’accesso al mercato interno europeo costituisce il motivo principale – forse il solo – della permanenza britannica in Europa. Un interesse che, secondo una parte dei tories, verrebbe tutelato proprio da un’adesione singola e non rappresentativa all’Omc. “Abbiamo a nostra portata un’alternativa chiara all’Ue: l’Organizzazione mondiale del commercio. È chiaro, lampante e rappresenta un forte segnale di rottura” dice senza mezzi termini Christopher Cope, deputato conservatore, secondo il quale “scegliendo l’Omc, il Regno Unito potrà avere con i Paesi Ue gli stessi rapporti che hanno con loro oggi Stati Uniti e Giappone“.

Secondo la frangia più euroscettica dei tories britannici, una simile prospettiva permetterebbe a Londra di avere pieno controllo sulla propria legislazione interna e di salvaguardare i propri interessi commerciali sul continente. Da Bruxelles gli fa eco l’eurodeputato conservatore David Campbell Bannerman, secondo il quale “l’uscita del Regno Unito permetterebbe a Londra di riprendere il controllo del 92 per cento della propria economia” e convinto che “negli anni a venire la maggior parte della crescita mondiale avverrà fuori dall’Ue”.

Fatto sta che la corrente euroscettica dei tories sta da tempo spingendo verso il cosiddetto Brexit (uscita dall’Ue) il premier David Cameron che, per tenere unito il partito e rispondere all’euroscetticismo degli elettori, sembra perfino disposto ad anticipare la data del referendum sulla permanenza all’interno dell’Ue promesso per il 2017 in caso di vittoria alle elezioni. Ed è proprio con un occhio al voto di maggio, che i tories stanno cercando di arginare gli euroscettici dell’Ukip di Nigel Farage, partito che, stando agli ultimi sondaggi, dovrebbe entrare per la prima volta nel parlamento inglese.

Inascoltati i continui appelli di imprenditori, banchieri e associazioni di categoria sulla non convenienza per l’economia britannica di uscire dall’Ue. Secondo la Confederazione degli industriali britannici, l’adesione all’Ue per l’economia nazionale genera tra gli 84 e i 106 milioni di euro l’anno. Non a caso, ancora nel 2013, uomini d’affari come Richard Branson della Virgin, Chris Gibson-Smith del London Stock Exchange e Roger Carr, presidente della Confindustria britannica, avevano scritto direttamente a Cameron per sottolineare che l’uscita dall’Ue potrebbe costare a Londra oltre 30 miliardi di euro. Unite contro il Brexit anche le grandi istituzioni finanziarie della City di Londra che, senza il Regno Unito, perderebbero l’accesso al mercato unico europeo.

@AlessioPisano