Cultura

Como, area ex Ticosa: una biblioteca come monumento di archeologia industriale?

 “Tra i progetti importanti, quello sulla Ticosa è il più problematico. Non sono ancora definiti i rapporti con Multi, lo faremo nei prossimi giorni per poi prendere una decisione sul futuro”, dichiarava all’inizio di dicembre dello scorso anno il sindaco di Como Mario Lucini. Aveva ragione perché sull’area, in prossimità della città storica, nella quale fino al 1982 erano attivi gli stabilimenti della grande azienda tessile comasca, continuano ad esserci tante incertezze. Dopo la chiusura e l’abbandono. Dopo le demolizioni del 2007 e il trasporto dei detriti nella discarica di Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria, del 2008.

Soprattutto dopo che la AM Development già Multi Devolepment Corporation BV, poi Multi Investment BV, società che opera nel mercato come investitore e sviluppa progetti nelle zone urbane, aveva vinto l’appalto per la vendita dell’area nel luglio 2006. Costo dell’operazione 15.000.000 di euro. Nel Programma di Intervento Integrato “ex Ticosa”, secondo il bando dell’amministrazione comunale, previsti 37.817 mq di nuove costruzioni perlopiù a carattere residenziale, oltre che commerciale, terziario, produzione di servizi e ricettivo. Con il recupero dell’ex centrale elettrica Santarella, sottoposta a vincolo per interesse storico-artistico da parte della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia.

A distanza di circa otto anni da quella bozza di progetto l’area tra via Achille Grandi e via Regina Teodolinda è ancora desolatamente abbandonata. “Bisogna vedere se è possibile trovare un modo per restare nei termini del bando, nessuno vuole guai”, aveva detto l’Assessore all’urbanistica Lorenzo Spallino dopo l’incontro con Multi, un paio di mesi fa. Il problema è che i privati sembrano disposti a investire per l’acquisto dell’area, meno della metà dei 15 milioni previsti dal bando del 2006. Il Comune non vuole “svendere” un bene pubblico, incassando meno di quanto avrebbe dovuto dalla vendita del comparto. Per di più, venendo ad avere poche opere di interesse pubblico. Già, perché l’idea della multinazionale, nel frattempo acquisita dal fondo Blackstone, è quello di realizzare 9.600 mq. di spazi commerciali, un grande parcheggio e 150 alloggi in regime di housing sociale, beneficiando dell’intervento di Cassa depositi e prestiti, il tutto immerso nel verde, si dice.

Senza contare la questione della bonifica intorno alla Santarella, che il Comune vorrebbe evitare, limitandosi ad una messa in sicurezza dell’area. Circostanza questa che costringerebbe a concentrare le nuove volumetrie nel settore già bonificato. Non solo. Sostanzialmente escluderebbe dalla ricostruzione la Santarella. Decisione tutt’altro che nefasta. Tutt’altro. Proprio l’edificio dell’ex centrale elettrica potrebbe diventare il fulcro di una operazione diversa. Trasformandosi da presunto ostacolo di un’urbanizzazione pensata in maniera convenzionale a propulsore di un intervento di riuso attento e consapevole di un pezzo della Storia recente della città.

Le opzioni? Prima di tutto l’utilizzo come spazio culturale, anche se può rischiare di sembrare la consueta, vaga, proposta da contrapporre alla costruzione di edifici a funzione residenziale e commerciale. Forse ancora di più quella di farne, come sostiene da tempo l’Assessore Spallino, la nuova biblioteca dell’Università dell’Insubria, attualmente collocata nella sede di via Oriani, al Chiostro di Sant’Abbondio. Se l’edificio che avrebbe dovuto costituire, nel progetto complessivo di rigenerazione della maxi area dismessa, l’elemento marginale, finirà per assumere un ruolo preponderante, avrà prevalso un modello di città “diverso”. Nel quale i monumenti, anche quelli di archeologia industriale, avranno una loro centralità. Entreranno a far parte del tessuto moderno, senza essere cannibalizzati oppure lasciati nell’abbandono.