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Ucraina, la tregua di Minsk prepara una pace incerta

In ‘Niente di nuovo sul fronte occidentale’, un intenso romanzo autobiografico contro la guerra scritto da Erich Maria Remarque, il protagonista, Paul Baumer, è un studente tedesco di 19 anni, che si arruola e parte per la Prima Guerra Mondiale mosso da idealismo patriottico: Paul scopre, giorno dopo giorno, l’orrore e l’inutilità del conflitto e viene ucciso, quando già crede di esserne uscito vivo, alla vigilia dell’armistizio.

Ho pensato a Paul Baumer, quando ho saputo che l’accordo concluso a Minsk tra Russia e Ucraina, dopo una lunga maratona notturna negoziale, 15 ore quasi non stop, prevede un cessate il fuoco dalla mezzanotte di sabato, le 22 ora italiana. Saranno sicuramente decine, forse di più, i Baumer d’Ucraina, soldati regolari o ribelli filo-russi, o civili senza militanza, che, tra qui e l’attuazione della tregua, perderanno la vita.

Le ore che precedono l’entrata in vigore di un cessate il fuoco sono sempre tragiche. C’è chi, contrario alla tregua, cerca di farla saltare. E c’è chi, esaltato o paranoico, vuole scaricare l’arma prima di riconsegnarla. E c’è chi usa l’ultimo momento utile per una vendetta, o una rivalsa.

L’accordo di Minsk, per il momento, è essenziale: prevede il ritiro dal fronte delle armi pesanti, ma lascia margini d’incertezza, ad esempio, su quanto accadrà a Debaltsevo, nodo ferroviario strategico tra Donetsk e Lugansk. Putin dice: “I miliziani filorussi s’aspettano che le truppe accerchiate depongano le armi”. Poroshenko resta vago.

Si spera che basti perché le parti in causa fermino il bagno di sangue e avviino un processo di pace vero e sincero il prima possibile. Nessuno dei problemi di fondo all’origine del conflitto è stato risolto a Minsk. L’obiettivo dell’esercizio era del resto limitato: non la pace, ma una tregua che permetta ora di lavorare a un’intesa stabile e duratura.

Che cosa, dunque, può indurci a credere che questo cessate il fuoco sia più solido di altri? Di quello di settembre di continuo violato? La mobilitazione della diplomazia internazionale è stata molto più evidente: i negoziati tra il presidenti russo Putin e Poroshenko, con il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel nel ruolo di mallevadori, hanno avuto un’enfasi eccezionale.

Ieri, a Minsk, in un palazzo sovietico nell’architettura e nella ritualità, i colloqui sono cominciati alle 18,30 ora italiane, prima fra i soli leader, poi con le delegazioni allargate, compresi i leader delle province secessioniste, e sono proseguiti per tutta la notte praticamente senza interruzione. Questa mattina, la situazione pareva compromessa; poi s’è sbloccata.

Dunque, i leader si sono esposti di più. Anche chi non c’era, come Obama, che s’è speso con Putin in lunghe telefonate. Dei potenziali protagonisti di questo negoziato, da cui dipende la sicurezza di tutto il continente, militare, politica, economica, energetica, mancava solo l’Unione europea. Troppo deboli le sue voci – l’italiana Mogherini – o troppo di parte – il polacco Tusk o la lettone Straujuma – per stare al tavolo.

L’impegno dei leader è, però, funzione della drammaticità della situazione. L’Ucraina è stremata dal conflitto; la Russia dalle sanzioni, dal rublo debole, dal petrolio a metà prezzo. Le alternative all’intesa suonavano minaccia per Mosca, ma non piacevano all’Ue, pronta a inasprire le sanzioni, ma pure a subirne ritorsioni, e agli Usa, con Obama riluttante a fornire armi letali agli ucraini.

Hollande dice che l’accordo di Minsk dà sollievo all’Ue e speranza a Kiev. Forse, la pace scoppierà davvero. Ma il soldato Baumer non la vedrà.