Giustizia & Impunità

Je suis Erri de Luca… Ma che incauta idiota sarò mai!

La semantica sembra essere di gran moda. Pm e giudici discettano trasversalmente su usi e abusi della parola. E allora mi sono andata a spulciare (e non è certo il mio lavoro) un pallosissimo manuale di diritto penale. È noto che l’articolo 598 (Non sono punibili le offese contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinanzi all’Autorità) è una specie di patente di insulto per giudici e avvocati. Così, a buon titolo, capitan cuor-di-leone Schettino si becca dell’incauto idiota, nonostante abbia dato evidenti capacità multi/tasking (si faceva la moldava con la destra, teneva il timone con la sinistra, faceva l’inchino con la testa e con tutta la nave e fu lestissimo a salire sulla scialuppa di salvataggio. E non è cosa da poco).

Semantica giurisprudenziale nell’era della comunicazione globale! Al processo di Torino contro l’uso della parola contraria, l’imputato Erri de Luca ha difeso la frase incriminata: la Tav va sabotata. “Conosco bene il significato della parola sabotaggio – ha spiegato – l’ho praticato qui a Torino, negli anni Ottanta. Per 37 giorni e 37 notti sono stato alla Fiat Mirafiori, dove con gli operai abbiamo bloccato la produzione”.

“Il verbo sabotare è nobile – ha sottolineato De Luca – ha un significato molto più ampio dello scassamento di qualcosa. Lo usava anche Gandhi. Io sostengo che il Tav vada sabotato. Anche un ostruzionismo parlamentare è un sabotaggio rispetto a un disegno di legge. Ma quello che riconoscono a me, non lo riconoscono a Bossi o Berlusconi. Eppure io valgo per uno. Non ho un partito. Non sono aderente a nulla. Io sono un cittadino della Val di Susa“.

Dentro e fuori l’aula un’onda lunga di applausi e strette di mano, una scia di sostenitori con cartelli: Je suis Erri. Moi aussi. E se esprimere un’opinione (contraria) è reato, allora scendiamo tutti in piazza. Ops, sto commettendo un reato?

E siamo tutti Eco/global: altro antefatto che ho trovato curioso. L’inviato del settimanale Oggi, Mauro Suttora, due anni fa scrisse un articolo sulla rinascita della val Bormida (Alessandria) dopo la chiusura della fabbrica Acna di Cengio (Savona) che la inquinava. Negli anni ’80 la lotta ecologista dei cittadini della val Bormida fu la più importante d’Italia: blocchi del Giro d’Italia, incursioni al festival di Sanremo, ecc. Una vicenda finita bene, e possibile esempio per l’Ilva di Taranto.

La barista di un paesino rievocando le manifestazioni, racconta che i difensori dell’Acna insultavano lei e le altre ecologiste come “bagasce verdi”. Suttora riporta questo particolare. Lei dopo un anno, nonostante fosse stata inserita fra gli “eroi” dell’articolo e avesse lei stessa ricordato quel particolare folcloristico, lo querela per diffamazione.

Martedì scorso il giornalista è stato assolto assolto con formula piena: “Il fatto non sussiste”. Commenta Suttora: “Di questa vicenda mi ha colpito la facilità con cui alcuni avvocati convincono gli intervistati dai media a sporgere querele temerarie, nella speranza di spillare risarcimenti da decine di migliaia di euro che, se accolti, distruggono economicamente giornali(sti) e siti web, ma soprattutto li intimidiscono per il futuro. In questo caso era un’innocua barista, ma sono soprattutto i politici e i potenti a usare quest’arma, che distrugge la libertà di opinione e di stampa”.

L’aspetto più incredibile, però, è che la pm aveva chiesto per Suttora la pena di sei mesi di prigione. L’eventuale diffamazione riguarda parti private, perché lo Stato s’immischia? Quale interesse pubblico deve proteggere la procura? Mezzo anno di carcere per avere scritto la parola “bagascia”… “No comment, perché a questo punto temo ulteriore querela”, allarga le braccia Suttora.

Twitter@januariapiromal