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Terrorismo, anche il Camerun rischia grosso

Nei giorni scorsi Boko Haram ha messo a segno il più grande rapimento di massa della storia del Camerun: 80 persone – per la maggior parte donne e bambini – sequestrate nel villaggio di Mabass. Poi nuovi raid dei terroristi islamici hanno colpito la località di Bonderi, subito oltre il confine con la Nigeria, tanto da spingere la cancelliera tedesca Angela Merkel a chiedere all’Unione Europea di finanziare una missione militare per combattere l’espansionismo di quelli che oggi qualcuno, impropriamente, chiama i ‘talebani d’Africa’.

In molti temono che il gruppo, fresco del Califfato proclamato in agosto, stia piantando nuove basi in Camerun, uno dei pochi paesi del continente a non aver mai subito un colpo di Stato o un rovesciamento violento del potere negli ultimi 10 anni. In realtà, già da diverso tempo un’ampia costellazione di milizie jihadiste ne sfrutta le regioni settentrionali per condurre operazioni criminali.

Agiscono principalmente sotto l’ombrello di Boko Haram, ma anche di Ansaru e dei ribelli Seleka, autori del golpe che nel marzo 2013 costrinse alla fuga l’ex presidente centrafricano Francois Bozizè. Abubakar Shekau lanciò le prime incursioni oltre confine per dare la caccia ai disertori che avevano abbandonato il gruppo in dissenso con le violenze condotte contro la comunità musulmana.

Sarebbero infatti diversi gli ex combattenti di Boko Haram che negli ultimi anni hanno confluito in Ansaru, la formazione scissionista accusata di aver ucciso, in occasioni separate, i due ingegneri italiani Silvano Trevisan e Franco Lamolinara, e che non esitò in passato a definire lo stesso Shekau un uomo “disumano”.

Le due cellule terroristiche continuano comunque a mantenere dei “rapporti di cortesia”. Nel 2013 hanno collaborato, insieme, al rapimento di un’intera famiglia francese di 7 persone e al sequestro di un sacerdote, sempre francese. Non è da escludere, dunque, che gli ultimi attacchi sferrati contro il territorio camerunense siano frutto di una ulteriore partnership tra le due formazioni, sebbene in molti sostengano che Ansaru sia una totale invenzione, un cartello dietro al quale si nasconderebbe Boko Haram per distogliere l’attenzione della comunità occidentale.

In ogni caso, il maxi-rapimento di un paio di settimane fa è un’ulteriore prova del “melting pot” jihadista presente nelle regioni settentrionali del Paese, dove oltre a Boko Haram operano anche i ribelli Seleka. Qualcuno li ricorderà in marcia verso Bangui un paio di anni fa per autoproclamare presidente della Repubblica centrafricana il proprio leader, Michel Djotodia. Dopo qualche mese il nuovo capo di Stato sciolse però le milizie promuovendone i comandanti ai vertici dell’esercito e da quel preciso istante varie schegge impazzite hanno iniziato a seminare terrore tra la popolazione locale, arrivando fino in Uganda e attraversando più volte proprio la frontiera camerunense per l’acquisto di armi e munizioni.

Pensare che, nel settembre 2013, un esponente ciadiano della milizia, Abdoulaye Miskine, venne arrestato a Bertoua (est del Camerun) con l’accusa di voler impiantare una seconda base del movimento vicino al capoluogo di Yokadouma. Miskine, per intenderci, era un duro e puro, tra i fondatori del Fronte democratico del popolo centrafricano, già vicino all’ex leader libico Muammar Gheddafi prima che la Nato iniziasse a sganciare le sue bombe sulla Libia.

La recrudescenza di violenze nella regione, unita all’insicurezza delle sue frontiere, fa del Camerun uno Stato in cui qualsiasi criminale oggi è in grado di operare e muoversi facilmente. La spaccatura tra un nord povero e musulmano e un sud prolifico e cristiano spiega le ambizioni espansionistiche di numerose cellule jihadiste. E Boko Haram, tra tutti, ha deciso di non starsene a guardare.