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Charlie Hebdo: metterci la faccia

Dopo la tragedia parigina, come sempre si sono moltiplicate le soluzioni instant. Io suggerirei agli amici musulmani moderati, francesi ed europei, una lettura di grande attualità, come sono quasi sempre le letture dei grandi filosofi. Quella di un filosofo ebreo, parigino, che insegnava anche nella sinagoga di Parigi, che domenica 11 gennaio è divenuta un luogo simbolico per la Francia e spero anche per l’Europa. Il filosofo è Emmanuel Lévinas, la cui etica si fonda sul concetto di alterità. Per Lévinas, l’esistenza dell’altro essere umano, non ebreo musulmano cristiamo buddista, laico, è già per se stessa un richiamo morale. Noi, come individui, abbiamo la nostra identità perché c’è un altro, che è diverso da noi. Questa fenomenologia elementare – che già Hegel ci ha insegnato – non è il punto sul quale invito i musulmani moderati a riflettere, ma la centralità del volto nell’etica levinassiana. Il volto dell’altro, scrive Lévinas, è un richiamo etico, è uguale al comandamento “Non uccidere“. Nel momento in cui vedi un volto umano, e può essere in un asilo di bambini ebrei o in un supermercato che vende cibo ebraico, deve nascere in te il senso etico e civile. Le barbarie commesse a Parigi sono la negazione dell’umanità dell’altro. Le urla “Allah akbar!” che accompagnano questi crimini e assassini non hanno nessun richiamo religioso. Sono solo la manifestazione della paura e della vergogna che sente il criminale mentre viola il più sacro dei comandamenti, “Non uccidere“.

Sì, c’è sempre la retorica che riporta al conflitto israeliano-palestinese per mascherare l’antiseminismo assassino di una persona che ragiona in questo modo: vado a uccidere bambini ebrei, se non li trovo vado a uccidere chi per caso sta comprando cibo degli ebrei. La tragedia palestinese merita rispetto e non può essere la scusa per ogni francese di origine algerina che cerca una giustificazione ai suoi istinti feroci e razzisti.

Torniamo al volto. A Venezia, dove abito, si vedono milioni di turisti all’anno. Ultimamente ho notato un fenomeno nuovo. Coppie musulmane che vengono a vedere le bellezze di Venezia (che ha anche un suo fascino orientale), in cui l’abbigliamento cattura subito l’occhio: la donna è coperta totalmente da un vestito nero, con solo una fessura per gli occhi – e non intendo il burka che copre anche gli occhi – che vedono e si vedono nitidamente. Dietro a queste donne cammina il marito, tante volte vestito all’occidentale, d’estate con pantaloncini corti, ciabatte e camicia sbottonata. Sfido ogni musulmano a farmi vedere un passaggio nelle Sacre Scritture musulmane dove si autorizza un marito e una moglie a vestirsi in modo opposto. Sì, si può parlare di usanza culturale, di tradizione, ma si deve ricordare l’insegnamento di Lévinas: l’etica si basa sul volto umano. Nella scelta di vestirsi in tal modo c’è anche la sfida: io posso vedere voi, voi non potete vedere me. Se si vogliono rapporti pacifici di dialogo e di apertura fra cristiani, musulmani ed ebrei, si deve mettere la faccia. E quando si vengono a visitare simboli della cultura occidentale come Venezia, Roma, Firenze o Agrigento, si deve ricordare che chi nasconde la faccia in queste terre è uno che sta per commettere un reato e non sta per osservare un precetto religioso. Invito i leader moderati dell’Islam europeo a leggere un filosofo come Lévinas e suggerisco ai musulmani interessati al dialogo di scoprire il volto umano mentre sono in terre che hanno una cultura diversa.

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