Diritti

Pakistan, i bambini vittime anche di cannibali, necrofili e deamicisiani. Tutti italiani

Non avevamo ancora fatto in tempo a “comprendere” fino in fondo le notizie arrivate dal Pakistan, sull’ennesima strage degli innocenti che, come si usa nei paesi civili e democratici, le agenzie avevano iniziato a dare conto del battibecco tra i “pentastellati” e il “presidente-operoso”, pro tempore capo del governo italiano, che nel dibattito parlamentare aveva ricordato le 130 e passa piccole vittime della follia della guerra dei grandi.

Uno spettacolo indegno, raccapricciante su cui – se si trattasse di un altro argomento – non varrebbe la pena di spendere i “pixel” su cui sto evidenziando queste parole. Uno starnazzare informe per motivi futili e di bandiera fatto sulla pelle di “persone” per le quali nessuno di costoro ha mai speso nulla di più di un sms “pseudo solidale”; di un vaglia annuale per l’adozione a distanza o, addirittura, nascondendosi dietro al lavoro delle centinaia di “cooperanti” italiani – civili e religiosi – sparsi per il mondo.

Già, perché, la nuova schiatta di Erode, figli del più becero perbenismo deamicisiano neodemocristianesimo, tra di loro se ne dicono di tutti i colori per accreditarsi come difensori dell’infanzia e, quasi sicuramente, fanno a gara a chi manda più sms (appunto) a “Save The Children” piuttosto che a “Telefono Azzurro” salvo poi girarsi in la, facendo finta di nulla, quando si tratta di prendere atto che ogni giorno (dati Unicef Regno Unito), nel mondo, ogni 5 minuti un bambino muore per atti di violenza. E questo è ancora poco perché a questi vanno aggiunti i quasi 17 mila (erano oltre 22 mila, ancora nel 2012) (Fonte Unicef) che non arrivano a 5 anni per i motivi più disparati.

Numeri che dovrebbero “spezzare il cuore”, come ha detto ieri la premio Nobel per la pace, Malala Yousafzai, commentando i piccoli pakistani morti ammazzati nella scuola di Peshawar ma che, al contrario, nei nostri necrofili rappresentanti in Parlamento, riescono solo a generare indifferenza o, al massimo, competizione per chi la spara più grossa.

Come fanno, infatti, lor signori ad ignorare che quei morti di Peshawar sono “fratelli” e “sorelle” di quelle morte nella striscia di Gaza, in Cisgiordania, nelle scuole degli Stati Uniti o nei bordelli delle Filippine. Lor signori non possono ignorare (e se lo ignorano davvero questo dovrebbe essere l’ennesimo motivo che dovrebbe indurci a liberarcene il prima possibile) che quei morti pesano anche sulle nostre coscienze di persone troppo prese a pensare ai nostri problemi economici e finanziari e poco inclini a prendere atto di come anche questa lotta all’ultimo sangue per la competizione, sia concausa nel generare il clima di violenza di cui è intriso il mondo globalizzato.

Il capo pro tempore dell’attuale governicchio italiano, ieri, ha parlato, nei confronti dei bambini di Peshawar, di “vittime del terrorismo”. Chi può negarlo? Io sono un romantico e, nonostante i rimbrotti della “rete”, continuo a chiedermi come don Camara, di quale “terrorismo” sono vittime i bambini morti a Beslan, in Ossezia, piuttosto che negli effetti collaterali in Afghanistan o sotto i bombardamenti a Gaza o nei rastrellamenti degli “squadroni della morte” nelle favelas di tutto il continente sud americano?

Ci risponda il “provvisorio” capo del governo italiano, quale terrorismo arma la mano degli assassini di bambini vittime del post traumatic stress? Chi è il mandante di tutti i bambini vittime di morte violenta a causa della povertà sempre più dilagante? E, infine, ci spieghi chi dobbiamo ringraziare per quel 75 per cento di morti violente di bambini causate ogni giorno da rapporti interpersonali violenti? Ma, soprattutto, ci piacerebbe sapere – oltre alle chiacchiere e ai proclami solenni – quali iniziative intenda mettere in atto, il governo da lui provvisoriamente presieduto, per contribuire ad allentare questo dilagante clima di violenza planetario? Siamo stanchi delle “lacrime del giorno dopo” vorremmo assistere ai “fatti del giorno prima”.

Così come ci piacerebbe che la ricerca contro le malattie rare, la scuola, il welfare e, più in generale, tutte le contro misure allo sfruttamento di mercato, fossero finanziate dallo Stato e non con gli sms, le lotterie e i “gratta e vinci”. Ma questa è un’altra puntata!