Mafie

Camorra: 10 anni fa la morte di Dario Scherillo. Oggi si deve ricominciare

Pioveva a dirotto giovedì, 4 dicembre, a Casavatore, comune alle porte di Napoli. Nonostante ciò, l’aula consiliare era gremita di pubblico e di studenti. Si faceva memoria, quel giorno, di Dario Scherillo, una delle tante vittime innocenti della camorra.

Aveva solo 26 anni, Dario, quando, scambiato per un camorrista, fu ucciso il 6 dicembre di dieci anni fa. L’atmosfera è solenne, gli animi commossi, i giovani attenti e responsabili. Gli interventi si susseguono. Guardo l’assemblea, ascolto con attenzione, prendo nota, penso al mio intervento. Quanto dolore, quanta rabbia, ma anche quanta speranza.

Gli onesti che alzano la voce, si impegnano, rischiano la vita per ridare libertà e dignità a questo popolo, crescono a dismisura. Il mio pensiero corre ai gravissimi fatti di Roma di questi ultimi giorni. Alla “Mafia capitale”. Osservo questi ragazzi ai quali gli adulti chiedono coerenza e rispetto del bene comune e delle leggi. Mi fanno tenerezza. Mi viene voglia di gettarmi in ginocchio e chiedere perdono per tutte le volte che non siamo stati loro di esempio. Come appare distante, estranea, cinica, Roma vista da Casavatore.

Da quaggiù le orribili notizie di questi giorni ci appaiono ancor più disgustose e squallide. Non che fossimo tanto ingenui da non immaginare che potesse accadere ciò che è accaduto. Che il male si intrufoli dappertutto, lo sappiamo. La brama di possedere, di comandare, di godere è una tirannia da sconfiggere a ogni costo. Barattare l’amicizia, la fedeltà, l’onestà, la libertà, la dignità in cambio di denaro rende disumano l’uomo. La ricchezza, verso cui ci sentiamo attratti, è qualcosa di più del semplice possedere. Consiste in quel senso di pienezza che dona benessere psicologico e spirituale, pace con se stessi e con gli altri, desiderio di impegnarsi per fare qualcosa di bello nella vita.

Consiste nel fissare negli occhi i figli senza doversi vergognare; indicar loro la strada e dire: “Fidati, l’ho già percorsa io. Cammina, non temere…”. Ricchezza, dunque, di sentimenti, di intelligenza, di scambi, di cultura. Ricchezza di speranza e di futuro. Trafugare il pane ai poveri per sprecarlo poi in mille cose inutili fa inorridire. Quel pane è pane che non sazia. Pane avvelenato. Pane velenoso. Quanti tradimenti vengono consumati ai danni dei cittadini onesti, dei poveri e delle future generazioni. Bisogna correre ai ripari. Riprendere le forze senza cedere alla rassegnazione e al pessimismo.

Occorrono leggi severe e condanne certe per impedire che si continui a fare scempio del bene comune. Bisogna fare in modo che chi chiede e ottiene la fiducia del popolo sovrano, mantenga la parola data e sia di esempio. Ammettere, umilmente, che il distacco tra i palazzi del potere e i cittadini si è rivelato micidiale. Necessita a tutti i costi spezzare l’abbraccio mortale tra certa politica affaristica e imprenditoria disonesta, scaltra, criminale. Bisogna pretendere la trasparenza a tutti i costi.

Ai partiti per primi corre l’obbligo di essere credibili. Costi quel costi. Bisogna trovare il coraggio di prendere le distanze dai quei “colletti bianchi” ormai insozzati che, viscidi, si aggirano per i vari palazzi del potere. E poi scuotere le mani per non accettare regali – fossero anche a prima vista legittimi – per non rischiare di essere trascinati in affari poco chiari. I soldi dei poveri vanno restituiti ai poveri. In altre tasche sono un fuoco che brucia e li consuma. La pazienza degli italiani è messa a dura prova in questi giorni.

Eppure non bisogna arrendersi. Occorre ridare fiato alla speranza. Ricominciamo noi, qui, adesso. Piccoli gesti di solidarietà. Vicinanza agli ultimi. Ricominciamo dai poveri, la nostra vera ricchezza. Sarebbe bello vedere i politici arrossire il volto e chiedere perdono a tutti, in particolare ai poveri, legittimi proprietari delle continue ruberie.

Occorrono uomini nuovi, per una visione della politica nuova. Per ridare speranza agli sfiduciati. Per ricominciare daccapo. Per capire che la felicità non sta nell’accumulare cose inutili ma nel farsi accanto ai fratelli più piccoli e sostenerli, aiutarli, servirli.

I giovani di Casavatore, le tante vittime innocenti delle mafie e delle ecomafie, i loro parenti che soffrono e si impegnano, gli italiani onesti che si arrabattano per tirare avanti, meritano e chiedono che da questa asfissiante trappola mortale si esca fuori quanto prima e si ritorni a essere normali.