Cultura

‘The Honourable Woman’, se una serie tv racconta (meglio di tutti) il Medio Oriente

L’altro giorno, intervistato da Silvia Truzzi su il Fatto Quotidiano, Gian Arturo Ferrari ha detto molte cose interessanti. Leggendo neanche poi tanto tra le righe, pareva a tratti di sentire il fruscio dei sassolini che uscivano dalle scarpe, senz’altro di marca, del boss dell’editoria il cui nome per anni è stato un sinonimo di Mondadori. A parte rivelare qualche raccomandazione risalente all’era DeBenedetti e Passera (non è chiaro a chi dei due sia attribuibile) e la notoria censura di Ferrari su Saramago, che aveva osato scrivere di Berlusconi, è istruttivo quel che dice su voti sicuri e voti non sicuri del premio Strega, segreto di Pulcinella che è comunque piacevole veder confermato da fonte così autorevole e responsabile del sistema stesso.

Ma a parte l’informato pettegolezzo, mi ha colpito la bella analisi della crisi editoriale in Italia, in chiusura dell’intervista, dove si conferma che non è certo la gara tra ebook e libro di carta il problema del settore, ma il punto è davvero un altro. La fortuna dell’editoria industriale, dice il super-manager, è stata data dalla lettura d’intrattenimento: romanzi d’amore, gialli, noir, thriller. È questo ampio settore oggi ad essere eroso dalle serie televisive che riproducono il meccanismo letterario la cui caratteristica è quella di protrarsi nel tempo, accompagnare il lettore per ore e ore, possibilmente giorni, tenergli compagnia, incidere nella memoria i suoi personaggi e le sue trame. Le serie tv migliori stanno facendo proprio questo.

Qualche anno fa un amico, un poeta russo-americano, parlando di serie tv, mi diceva che secondo lui la tv è il nuovo cinema, il cinema è la nuova letteratura, la letteratura è la nuova poesia e la poesia è il nuovo uncinetto. Ma credo abbia ragione Ferrari. Le serie tv non saranno la nuova letteratura, ma concorrono per la conquista dello stesso pubblico, erodono lettori che amano le storie lunghe, cercano la compagnia di personaggi immaginari.

Vedendo poi una serie come The Honourable Woman coproduzione tra la Bbc e la Sundance Tv, mi sono convinto non solo di quanto le serie tv possano incidere sulla letteratura, ma anche sulla loro capacità di comprendere e illustrare meglio la politica estera (grandissimo problema irrisolto in Italia).

A differenza di Homeland che adotta un punto di vista così americano che non è sempre facile da condividere per uno spettatore europeo, The Honourable Woman, interpretato da due stupendi attori del cinema come Maggie Gyllenhaal e Stephen Rea, dipana una complessa storia che, mantenendo saldo l’epicentro nella Londra dell’MI6, si sviluppa tra Washington D.C., Tel Aviv, Gaza e Cisgiordania, tra bombe, check-point, imbrogli, sequestri di persona, assassini, tradimenti, sensi di colpa e colpi di scena. “Di chi ti puoi fidare?” è il refrain con cui inizia ogni irresistibile episodio.

È la prima serie tv (e ne ho viste tante) che mi guardo due volte di fila. Mi ha riportato a riflettere sullo stato attuale dell’impasse in Medio Oriente, riuscendo a risvegliare un’interesse e una compassione che, appunto, le notizie di politica estera, così come sono raccontate, raramente riescono ormai a fare. Ho ripensato agli amici palestinesi e israeliani la cui vita è attraversata sempre da questa tensione e conflittualità, anche in questi giorni. Il New York Times ne scrive come di una serie costruita come un libro di John Le Carrè (uno degli scrittori preferiti di Ferrari, a proposito).

In realtà, credo ancora che un libro riesca a fare di più (che sia di carta o sullo schermo di un lettore non fa molta differenza). Un libro riesce a portare più nel profondo delle cose, fosse solo per il fatto che richiede più lavoro all’immaginazione del lettore, richiede la partecipazione più attiva per dare corpo a personaggi e situazioni, che le immagini e le voci su uno schermo dove sono delineati e già precisamente rifiniti i protagonisti. Per restare in tema, penso ad esempio ai coloni nei racconti memorabili di Nathan Englander in Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank (Einaudi 2012).

Ma credo anche che con questa serie si apra un nuovo genere che può dimostrare ancora uno volta cos’è la Bbc. E cosa non lo è.