Economia & Lobby

Bonus bebè: ma i bambini non sono tutti uguali

Quasi tutti i bambini sotto i tre anni potrebbero ricevere il bonus di 80 euro. Sussidi uniformi possono avere un ruolo importante, ma solo se il sistema prevede altre misure contro il rischio di povertà. Oggi in Italia non è così. In ogni caso, meglio diminuire o azzerare le rette dei nidi.

di Massimo Baldini (lavoce.info)

80 euro per (quasi tutti i bambini fino a tre anni)

In tema di interventi contro il disagio socio-economico, la bozza della Legge di stabilità per il 2015 rifinanzia con piccole variazioni i fondi per le politiche sociali e la vecchia carta acquisti di 40 euro al mese, e riserva 500 milioni di euro per interventi a favore delle famiglie. Domenica scorsa il presidente del Consiglio ha annunciato che questa somma sarà destinata a un bonus di 80 euro al mese per i primi tre anni di vita per tutti i bambini, sia italiani che stranieri. Quasi mille euro all’anno per ciascuno dei primi tre anni di vita. Non è chiaro se spetterà di fatto a tutte le famiglie (se la soglia Isee sarà a 90mila euro), oppure a quelle con Isee inferiore a una soglia più bassa: ieri alcune fonti parlavano di 30mila euro, altre di 90mila. In ogni caso, la sostanza di quanto segue non cambia. Il Governo Berlusconi nel 2004 introdusse un sussidio simile, riservato ai secondogeniti, senza limiti di reddito. La misura può avere diversi obiettivi: sostenere la natalità, bassa e in calo in Italia, aiutare le famiglie a far fronte ai maggiori costi associati alla cura dei nuovi nati. L’esperienza passata e gli studi disponibili dicono che l’effetto dei sussidi in denaro sul tasso di natalità non è di solito elevato, anche se la gravità della crisi potrebbe comunque rendere più importante poter contare, in questa fase, su un sostegno economico. Anche l’impatto distributivo di questo bonus lascia molti dubbi: secondo i dati dell’indagine Istat- Silc (Statistics on income and living conditions), poco meno del 30 per cento dei bambini da 0 a 2 anni vive nel 20 per cento più povero delle famiglie (vedi figura), mentre gli altri sono ripartiti in modo piuttosto uniforme nel resto della distribuzione. Facciamo l’ipotesi che la soglia Isee per il bonus sia di 30mila euro: circa l’85 per cento dei bambini fino a 2 anni vive, sempre secondo l’indagine Silc, in famiglie con Isee inferiore a questo valore. Il grafico ci dice che il limite di 30mila di Isee familiare esclude buona parte dei bambini che vivono nel 20 per cento con reddito più alto (ma non tutti), ma include buona parte delle famiglie a reddito medio e benestanti (terzo e quarto quintile). Insomma, un altro sussidio per le classi medie. Se la soglia Isee è più alta di 30mila, ad esempio 90mila come alcune fonti sostengono, allora il bonus va praticamente a tutte le famiglie con neonati, ricche incluse.

Ripartizione dei bambini da 0 a 2 anni per quintili di reddito disponibile equivalente


Fonte: elaborazioni su Silc 2012

E il sostegno per l’inclusione attiva?

Buona parte della spesa andrà dunque a famiglie non povere. Non ci sarebbe nulla di male in sé, anzi è giusto in generale pensare a misure universalistiche che riflettano l’idea che i bambini sono un patrimonio collettivo, un investimento di cui tutti beneficeranno e che la società intera ha interesse a sostenere. Ma un trasferimento del genere può essere inserito solo all’interno di un sistema di welfare che ha già completato i propri tasselli essenziali. Quello italiano ha un buco grande come una casa: manca un trasferimento monetario contro la povertà, previsto invece in tutti gli altri paesi europei. Oggi di questo “reddito minimo” (condizionato a un basso reddito e all’adesione a un percorso di reinserimento sociale e, se possibile, lavorativo) c’è ancora più urgente bisogno, perché la crisi economica ha aumentato il numero di famiglie in povertà assoluta tra il 2007 ed il 2013 da meno di un milione a più di due milioni.
La povertà assoluta è cresciuta soprattutto per i nuclei con almeno un minore: dal 3,9 per cento del 2007 al 12,2 per cento del 2013. Su 6 milioni di persone in povertà assoluta nel 2013, 1,4 milioni sono bambini e ragazzi con meno di 18 anni. Un paese civile non può permettersi un tale spreco di capitale umano, che avrà conseguenze molto gravi sul suo futuro, non solo economico. Recentemente sono state avanzate dettagliate proposte di uno schema di reddito minimo, e il Governo precedente aveva predisposto la sperimentazione nelle maggiori città italiane di un “Sostegno per l’inclusione attiva” (Sia). Ma la Legge di stabilità 2015 sembra averlo dimenticato. Eppure con 500 milioni si potrebbe iniziare a metterlo a regime. Il costo del bonus alle neomamme a regime – 1,5 miliardi o poco meno – rischia di spiazzare il Sia. Inoltre aggiungeremmo un altro trasferimento ai tanti che già ci sono, nessuno risolutivo e ciascuno con le proprie regole e non coordinato con gli altri: assegno al nucleo familiare, assegno per le famiglie con almeno tre minori, assegno di maternità, carta acquisti, pensioni di invalidità, e così via.

Si può ribattere che tutti i grandi paesi europei hanno trasferimenti monetari fissi per ciascun bambino, anche maggiori di 80 euro al mese. È vero, ma questi paesi hanno già il reddito minimo: in Francia, ad esempio, il reddito di solidarietà attiva costa ogni anno 10 miliardi. È sbagliato vedere come alternativi il trasferimento uguale per tutti i bambini (o quasi) e quello riservato ai bambini poveri, ma se proprio bisogna scegliere a causa delle risorse limitate, meglio partire dai bisogni più gravi e urgenti. Mille euro all’anno sono di solito insufficienti per sollevare una famiglia dalla povertà, ma lasciano indifferenti altre famiglie, che potrebbero semplicemente usare il trasferimento per risparmiare un po’ di più. Si è detto che il bonus aiuterà anche a pagare il costo del nido, però solo una parte dei minori di tre anni lo frequenta. Se vogliamo raggiungere gli standard europei in termini di tasso di iscrizione ai nidi (un terzo), e se riteniamo davvero che frequentare il nido sia importante per lo sviluppo del bambino, si potrebbe fare un’altra scelta: azzerare le rette di iscrizione trasferendo ai comuni le risorse necessarie. Oggi frequentano nidi pubblici circa 200mila bambini, per un costo annuo a carico delle famiglie di circa 300 milioni di euro. La somma di 1,5 miliardi a regime è più che sufficiente per portare a zero le rette per le famiglie anche se la frequenza aumenterà di molto.
“Un primo sussidio universale contro la povertà”, o “rette zero per i nidi dal 2015”: anche questi sono slogan come quello del “bonus di 80 euro al mese per tre anni per tutti i neonati”, ma sono più adatti al livello di sviluppo del nostro welfare state.