Cinema

Festival di Roma 2014: Ciruzzo nel paese dei ‘Milionari’

Napoli, 25 anni di storia, dal 1978 ai primi Duemila: i sogni di un ragazzino, poi l’ascesa al potere tra soldi, tavolo verde e salotti buoni, fino alle prime tensioni nel clan. Perché parliamo di camorra, e de I Milionari, il nuovo film di Alessandro Piva, “liberamente tratto” dal libro (Mondadori, 2011) scritto dal pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Luigi Alberto Cannavale e il giornalista Giacomo Sensini. I due raccolsero le memorie di un ex luogotenente di uno dei boss più importanti della camorra tra ’80 e ’90, Paolo Di Lauro, ma Ciruzzo ‘o milionario, questo il suo soprannome, nel film di Piva non c’è: “Ho cambiato tutti i nomi, per due motivi. Io prendo le storie e le reinvento, se nella realtà un tizio s’è pentito e poi è morto ma io voglio che sopravviva, ebbene, sopravvive. E poi la protezione legale: sui film ci si accanisce di più che sui libri, e io non sono Saviano che può far fare 25 verifiche legali. Questo non è un documentario, è un film: ci sono cose che nel libro non c’erano, dunque, nemmeno negli atti. Del libro ho sfruttato i fatti, ho mutuato la tensione realistica, ma nel mio Milionari c’è anche l’Iliade e l’Odissea di Napoli, la mitologia criminale della città”.

In concorso al Festival di Roma, poi in sala a fine novembre, è interpretato da Francesco Scianna, protagonista e voce narrante nei panni del boss Marcello Cavani detto Alaindelòn, il luogotenente di don Carmine: “Incarna l’aspetto più presentabile del clan, ma già i suoi due nomi trasmettono l’idea di un uomo scisso, quasi schizofrenico, tra l’aspirazione a una vita borghese, benestante e la bramosia di potere che travolge ogni senso morale. Un conflitto, una trattativa tra individuo e camorra, destinato all’implosione: il ruolo di boss non si attaglia a Marcello, ma deve ricoprirlo, e questa inadeguatezza ne amplifica la scissione, porta alla rovina morale e materiale”. Ma prima Alaindelòn ha tempo per costruirsi una famiglia con Rosaria (Valentina Lodovini), frequentare i casinò di Venezia, Montecarlo, Saint Vincent, le attrici alle feste, i bassifondi e i salotti borghesi, nonché di celebrare il secondo scudetto del Napoli, conquistato nel ’ 90 ai danni del Milan: “Nel bailamme di quella domenica, il clou dei festeggiamenti consistette nell’esplosione di 11 water dipinti per l’occasione di rossonero”.

Sullo schermo, vanno in frantumi sotto l’occhio vigile di Maradona, che troneggia dal murales, eppure la visione del film è partenopea ma non riduttiva, bensì induttiva: “Venticinque anni per un racconto di personaggi che sappia farsi spaccato psicologico: l’azione si ridimensiona, il modello è il classico gangster movie all’americana, quello di formazione stile Carlito’s Way e Quei bravi ragazzi, ma con ricadute italianissime: l’inutilità, la nocività dell’ansia di potere non vale solo per Napoli, ma per il Paese intero”. Insomma, il contagio è in atto, l’antidoto lontano, la guarigione chimerica: “Il microcosmo camorrista che inquadro è lo specchio fedele di quello che siamo e stiamo diventando: veniamo da decenni di demolizione di ogni sistema di valori e, mutatis mutandis, tutti gli ambienti recepiscono il cambio d’indirizzo, la maggiore disinvoltura: la sanzione, sia morale che penale, non è più intesa quale obbligatoria, automatica, e questo ha indebolito il senso identitario del nostro stare insieme”.

Dei delitti, ma non delle pene, è una storiaccia tutta italiana, che il regista – anche sceneggiatore con Gensini e Massimo Gaudioso – sintetizza in una battuta amara: “Oggi è più facile diventare milionari con ogni mezzo che rimanere onesti”. Difficile, si direbbe, è anche riportare sullo schermo la camorra dopo il libro, il film e la serie tv di Gomorra, ma Piva fa professione di fede in una “Napoli contrastata, disperata e vitale, nella reinterpretazione di vicende fermate nell’immaginario collettivo: tutti i fatti alla base di questi film vengono dai faldoni processuali, sono verità accertate, ma la libertà autoriale va al di là della cronaca”. Dunque, il cinema italiano non lascia ma raddoppia sulla camorra, senza scadere nel copia e incolla: “Se per Garrone la chiave stava nel raccontare mafiosi che fisiognomicamente non sono più i Riina e i Badalamenti, io sottolineo l’impossibile convivenza di velleità borghese e sostanza criminale”. Con una nota a margine che strappa a Piva una risata rabbiosa: “Oggi il cinema purtroppo è diventato un hobby, più costoso che avere un Piper o un Cessna”. Sì, davvero roba da Milionari.

Il Fatto Quotidiano, 15 ottobre 2014