Cultura

Patrimonio archeologico: anche in via Giulia a Roma si rinterra, per costruire

Il rinterro è necessario per proteggerli, qualsiasi cosa si realizzerà qui sopra. E vanno protetti anche durante la costruzione delle palificazioni che in un secondo tempo potranno reggere il soffitto del museo o qualsiasi altra cosa si voglia fare sopra. Così è scritto nel parere della sovrintendenza archeologica: questa sistemazione è comunque necessaria”. Così dicevano alla Cam, l’impresa di costruzioni che sta realizzando il parcheggio tra via Giulia e piazza della Moretta. Erano gli ultimi giorni dello scorso maggio. Poi, a luglio, la delibera di Giunta con la quale viene recepito il nuovo progetto, che prevede un dimezzamento dei volumi da realizzare, con una riduzione alla sola parte interrata.

Insomma alla fine di un lungo iter il parcheggio si farà. Ma non sarà completamente interrato e, soprattutto, non ci sarà spazio per le testimonianze archeologiche individuate dalle indagini preliminari, iniziate nel 2009 e terminate nel 2013. La strada lastricata, il complesso termale e l’impianto monumentale di età augustea, identificato come uno degli stabula, le scuderie delle factiones degli Aurighi che correvano nel Circo Massimo, sostanzialmente ininfluenti. Nonostante le premesse. “Scoperta importantissima sotto diversi punti di vista,…per la possibilità di conoscere la concezione architettonica, funzionale e spaziale delle scuderie antiche, finora testimoniate solo da alcuni esempi nei campi militari o da rare immagini nei mosaici”, dichiaravano nel febbraio del 2013 dalla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma. Eppure senza l’intervento dell’allora ministro ai Beni Culturali Ornaghi le nuove costruzioni previste dal progetto iniziale invaderebbero già l’area. Avendo ricevuto anche i pareri favorevoli della Soprintendenza archeologica e di quella architettonica. Pericolo scampato.

Almeno fino alla fine dello scorso maggio. Quando l’organismo di tutela decide che si debba rinterrare tutto. Mancano i soldi per la musealizzazione dell’area, che dopo la scoperta avrebbe dovuto assicurare la Cam. Così il parcheggio si farà, quella “scoperta importantissima” già sigillata sotto cumuli di pozzolana. Poco importa se quei resti avrebbero potuto essere l’occasione per riprogettare un vuoto urbano che si trascina da decenni. Per identificare un luogo neutro con un pezzo della forma urbis antica. Inutile finora anche una lettera-appello scritta da urbanisti, archeologi, storici dell’arte e tanti cittadini al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini perché intervenga per salvare l’area. Il Rinascimento, che a via Giulia è testimoniato da opere di ogni tipo di autentiche star dell’architettura e della pittura, e l’archeologia romana messi in un angolo. Insieme. Per un’opera definita “fondamentale per la mobilità e il decoro del centro storico”, quando venne varata dal Campidoglio nel febbraio 2008. Un’opera che, nonostante il processo partecipativo che dovrebbe fornire le indicazioni per la sistemazione della superficie superiore, corre il serio rischio di umiliare l’area.

Una vicenda quella di via Giulia tutt’altro che isolata, in ambito romano. Stessa sorte degli stabula hanno avuto i resti della villa, della necropoli e della via basolata individuati nel corso delle indagini preliminari, tra il 2009 e il 2011, lungo via di Grottaperfetta, nella zona sud della città. Seppelliti anch’essi in attesa di una nuovo complesso edilizio I-60. Oltre 400mila metri cubi di cemento. Caso analogo, alcuni mesi fa, per la villa romana e le sepolture sotto l’ex deposito Atac di via della Lega Lombarda, nell’area della costruenda città del Sole, a 500 metri dalla nuova Stazione Tiburtina. “E’ importante valorizzare, conservare, ma anche saper conciliare le esigenze dei cittadini e di chi costruisce”, affermava Paola Filippini, responsabile per conto della Soprintendenza archeologica di Roma, dello scavo. Probabilmente, almeno in questa circostanza valorizzazione e conservazione non sembrano essere state prioritarie.

Insomma si ricopre, per motivi differenti. Ma lo si fa. Modalità contemplata e anche per questo ampiamente praticata, in considerazione delle asfittiche risorse a disposizione del Mibact. “Se non si hanno fondi sufficienti per altre opere di tutela la metodologia del rinterro è prevista”, ha sostenuto recentemente il Direttore generale del Mibact per il Lazio Federica Galloni, a proposito di piazza della Moretta. Ma a suscitare perplessità è altro. Sono le tempistiche finora utilizzate e la contrapposizione tra le dichiarazioni, in occasione di molti rinvenimenti, inneggianti alla straordinarietà della scoperta e poi il parere finale. Una sostanziale retromarcia. Con l’autorizzazione a costruire e i resti di nuovo ricoperti. Per provvedere a tutelarli, si afferma. In previsione di una futura sistemazione. Anche se non di rado la stato provvisorio diviene definitivo e la conservazione è solo parziale. Insomma il rinterro diviene la risposta più semplice, all’impossibilità di trovare altre soluzioni. Senza contare che frequentemente il ricorso a questa opzione avviene dopo molto tempo. Quando cioè abbandono e degrado hanno già “segnato” il monumento e l’area archeologica. Proprio come accaduto alla necropoli tra via Cristoforo Colombo e via Padre Semeria. Scoperta nella primavera del 2006 dalla Soprintendenza archeologica di Roma, nel corso delle indagini preliminari alla realizzazione di un nuovo edificio per Poste telegrafonici. Ricoperta di terra nel febbraio scorso su decisione della Soprintendenza archeologica.

Via Giulia, via di Grottaperfetta, via della Lega Lombarda e via Padre Semeria, casi che avrebbero potuto avere esiti diversi se i differenti committenti delle opere da realizzare si fossero dovuti confrontare con vincoli diretti apposti dalla Soprintendenza archeologica. La storia di quelle tre parti di città avrebbe avuto uno sviluppo diverso. Nel quale l’archeologia non sarebbe stata come di consueto cannibalizzata dall’urbanistica. Ma forse l’avrebbe resa parte di un progetto più ampio. Perché quei resti hanno un valore ben superiore a quello di “semplici” testimonianze archeologiche Per questo appare scriteriato rinterrare nuovi potenziali luoghi di identificazione. Privare la città di polarità vitali. La rigenerazione urbana non può prescindere dalla reale inclusione del suo patrimonio archeologico