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Crisi finanziaria: nel panico del 1907 l’errore di Mario Draghi

John Pierpont Morgan era un uomo autorevole e coraggioso. L’imponenza dell’aspetto – in una con il ragguardevolissimo patrimonio accumulato in decenni di attività bancaria – ne facevano, indiscutibilmente, l’uomo più rispettato di Wall Street. E fu dunque a lui che si rivolse il Governo americano quando il Knickerbocker Trust (altra pietra d’angolo della finanza newyorkese) divenne insolvente, avviando la prima crisi sistemica della storia finanziaria contemporanea: il Panico del 1907.

Anche quella crisi era cominciata per i soliti motivi: speculazione alimentata dal credito facile, scommesse sempre più azzardate, mercati in crescita per molto, troppo, tempo e assenza di regolamentazione. Ma se questa era la superficie altamente infiammabile ideale per propalare un incendio, su di essa doveva ancora – come da manuale dello shock finanziario – cadere un qualche cerino ben acceso: alla bisogna sovvenne presto il crollo del prezzo del rame.

Nelle settimane precedenti, il magnate del rame, Otto Heinze si era messo in testa di fare un salto di qualità e controllare completamente il mercato del metallo scalando una delle principali società minerarie: per riuscire nell’impresa doveva indebitarsi a man bassa e pertanto decise di rivolgersi al Knickerbocker Trust, che lo finanziò con generosità. Quando sembrava che tutto potesse andare per il meglio, giunse a guastare la festa una terribile notizia: i Guggenheim avevano scoperto degli immensi giacimenti di rame in Alaska. Naturalmente il prevedibile arrivo di quantità ingenti di metallo sul mercato avviò l’istantanea rovina di Heinze e compari, nonché del venerabile Knickerbocker e delle numerose istituzioni con cui esso aveva relazioni finanziarie. Ne seguì il crollo generalizzato del mercato e una frenetica corsa agli sportelli.

L’enorme naso di J.P. Morgan sentì immediatamente puzza di disastro: messa insieme in un ora la rilevantissima somma di 24 milioni di dollari, egli riuscì a ottenere un ulteriore prestito di 25 milioni dal Governo (la Federal Reserve non esisteva, sarebbe nata solo in seguito a questi fatti) con i quali cominciò a comprare carrettate di titoli e a prestare soldi a istituzioni semi-decotte. L’intervento tempestivo e coraggioso del vecchio Morgan – soprannominato significativamente “Giove” – consentì il superamento della crisi e la ripresa dei corsi in tempi piuttosto rapidi, evitando quella che poteva essere una “grande depressione” ante litteram.

Ecco: questo è esattamente ciò che gli Americani chiamano Quantitative Easing: l’autorità monetaria – Banca Centrale o Governo – stampa danaro e compra asset i cui valori sono depressi (i famosi “titoli tossici”) per riportare fiducia nei mercati, impedire la stretta creditizia e scongiurare la altrimenti inevitabile recessione.

In questa breve digressione ai primi del novecento trovate anche le motivazioni dell’evidente fallimento dell’operazione di Tltro lanciata da Mario Draghi la scorsa settimana: come forse avrete saputo, infatti, un’asta che doveva collocare presso le banche europee circa 150 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva, ha raggiunto “appena” gli 87,5 miliardi. In altre parole le banche europee, innanzi alla generosa offerta di danaro “quasi gratis” hanno cortesemente declinato, lasciando intendere di non avere bisogno di ricorrere ai rubinetti di Francoforte per operare.

Perché? Cosa può indurre una banca a rifiutare danaro facile?

E’ presto detto: le regole di valutazione del merito del credito previste nel contesto della vigilanza bancaria europea sono rigorosissime e, di fatto, impediscono alle banche di iscrivere sui propri bilanci attività di qualità men che eccelsa. A ciò si aggiunga che è attualmente in corso la ben nota “Asset Quality Review”, un test altrettanto attento su ciò che i bilanci delle principali banche già contengono.

E’ un bene dite? Beh, non sarò io ad affermare che le banche debbano prestare soldi a chi non li restituisce o acquistare titoli spazzatura… tuttavia è un fatto che queste regole masochisticamente pro-cicliche impediscono che proprio i settori più deboli dell’economia abbiano ossigeno: il prestatore di ultima istanza (la Bce), come noto, è obbligato a operare solo attraverso le banche; alle banche, d’altro canto, è vietato prestare danaro a chi ne ha davvero bisogno. Il risultato finale è che le stesse banche finiscono per non richiedere nuova liquidità provando, ancora una volta, la natura meramente pubblicitaria delle manovre del mago Mario.

Seguendo le quali, John Pierpont Morgan nel 1907 non avrebbe cavato un ragno dal buco: ci potete scommettere.