Cultura

‘Che ne dici di baciarci?’: ironia e nichilismo sotto il Muro di Berlino

Era il 1988 quando il mio amico Bert elaborò un piano perfetto per lasciare la DDR. Equipaggiato unicamente con la sua tessera provvidenziale verde, il giorno di San Silvestro decise di mettersi in viaggio per la Corea del Nord, passando per la Repubblica popolare di polonia e l’URSS, per poi raggiungere, in qualche modo, la Corea del Sud. Era difficile immaginare un percorso più improbabile, ma sosteneva che proprio perché quell’idea era così delirante e assurda, nessuno ci avrebbe fatto caso. Le guardie di frontiera di Vladivostok sicuramente non sarebbero state in grado di distinguere il timbro di un medico da un visto per la Corea del Nord. Subito dopo aver superato Mosca, tuttavia, non si vedeva più in giro neanche l’ombra di uno straniero, e si meravigliò di come tutto stesse andando liscio. Riuscì anche a prendere il treno che da Vladivostok era diretto verso la Cina. Era un locomotore con una sola carrozza in cui sedeva un solo passeggero, lui. Quando mostrò la sua tessera previdenziale scattarono le manette e fu riportato a Berlino. Nel carcere di Hohenscönhausen. Poco tempo dopo fui convocato dalla Stasi.”

Con i libri che parlano della DDR, del Muro di Berlino, della Wende (la Svolta), dei temibili servizi segreti orientali si potrebbe aprire una libreria specializzata, nessuno però, o quasi nessuno ha mai messo in mostra la graffiante e delicata ironia di Che ne dici di baciarci? di Rayk Wieland (tradotto in italiano da Franco Filice e pubblicato in una confezione editoriale davvero pregevole da Keller editore), romanzo che che ripercorre e mostra sotto una luce divertente il lato più paradossale del regime comunista della Germania dell’Est.

Il disincantato signor W. un giorno viene contattato per partecipare a un convegno come poeta clandestino nella DDR. Incuriosito pensa subito a un errore: non sapeva di essere poeta, men che meno clandestino. In tutta la vita ha scritto solo qualche poesia alla sua ragazza di Monaco. Ma le poesie sono state intercettate, lette, collezionate e commentate dal regime, e l’adolescente innamorato è diventato un inconsapevole nemico dello Stato. Comincia così un viaggio in una Berlino inedita, e in un passato fatto di fraintendimenti ed equivoci che rivela le contraddizioni e i pericoli alla base di ogni lettura troppo rigida del mondo.
Il signor W. (identificabile, almeno in parte, con lo stesso autore che, come il protagonista è nato nel 1965,
si è formato come elettricista e ha studiato filosofia) è una sorta di eroe inconsapevole, un nichilista proletario che si muove nel delirante paradosso quotidiano della DDR, paese dove non c’erano campi da golf ma c’erano quelli di minigolf, dove gli affitti erano pressoché inesistenti ma i servizi di sicurezza mettevano cimici ovunque. Attraverso le avventure di questo buffo personaggio ci immergiamo in un romanzo che è quasi un trattato sul senso stesso della scrittura, sulle verità e le bugie della finzione letteraria. La DDR del signor W. però, non è il Paese degli Orchi, è il suo Paese, la sua nazione.

Così come la descrizione dell’Est è grottesca, ironica, dissacrante, così sarà il suo atteggiamento nei confronti dell’Ovest (memorabili le pagine della caduta del Muro quando il signor W. è probabilmente l’unico tedesco orientale a non andare a vedere cosa succede) e dell’atteggiamento di rottura con il passato dei suoi concittadini:

Mi stupii di vedere i manifestanti compiere quel gesto. Rovistavano nelle loro tasche e scaraventavano le odiate monete di alluminio contro gli odiati poliziotti. Una situazione surreale: agli sbirri della DDR si poteva imputare di tutto, generalmente erano del tutto scemi, ma non li si poteva di certo accusare di essere corrotti o corruttibili.