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Iraq: di chi è la responsabilità?

Possibile mai che in Italia non si possa esprimere un’opinione disallineata dal “giusto” e dall'”opportuno” di stato, così come codificati da chi sta al comando, senza trovarsi risucchiati da un vortice di insulti, ingiurie, disprezzo e sufficienza? Ovviamente mi riferisco allo psicodramma nazionale che ha visto contrapposti in questi giorni Alessandro Di Battista e la maggioranza destra-sinistra sulla questione irachena.

Il deputato grillino si è macchiato di una dei più gravi crimini di lesa maestà a danno di un governo di larghe intese: esprimere un’opinione diversa dalla narrazione ufficiale che compressa in tweet o slogan (della durata massima di una dichiarazione da tg) deve rispecchiare rigorosamente la politica del governo. Nonostante sia stato trattato al pari di uno svitato che parla dallo Speakers Corner di Hyde Park, Di Battista – a parere di chi scrive – ha esercitato buon senso con un ragionamento che, diciamolo onestamente, sfiora quasi l’ovvietà: accennare all’ipotesi che i guerriglieri (terroristi, tagliagole, chiamateli come volete) siano fanatici religiosi ma con precisi obiettivi politici e con un’organizzazione interna è una conclusione alla quale chiunque potrebbe giungere.

Is non è il prodotto degli inferi oppure una milizia di alieni atterrati dalla nave madre per colonizzare il pianeta, come su Independence Day; i militanti del califfato, sembrerà incredibile, si muovono con una – cinica e spietata – razionalità che nulla ha a che spartire con sociopatia, vergini e martiri; gestiscono i pozzi petroliferi nelle aree che hanno conquistato e raccolgono le tasse, come farebbe uno “stato ufficiale”. La loro rapida ascesa, come sottolineato da molti osservatori, non è il risultato di qualche demoniaca alchimia ma dal collasso delle istituzioni in Iraq e in Siria.

Il ragionamento di Di Battista – che rivedrei solo per la ricostruzione storica un po’ “libera”- è comune a politici con background nella cooperazione e negli organismi sovranazionali: i tavoli di pace, perché funzionino si devono fare con tutti gli attori in campo. Nessun giudizio morale, nessuna giustificazione. Mi convinse della fondatezza di questo approccio un deputato olandese di origini afgane, figlio di un giornalista perseguitato a Kabul e rifugiato poi nei Paesi Bassi, parlando della situazione in Afghanistan: “Se i talebani fossero stati coinvolti nel processo di pace fin dall’inizio, probabilmente non saremmo arrivati al disastro attuale. Sono portatori di un’ideologia folle ma rappresentano comunque una parte del paese ed hanno largo seguito tra la gente. Nulla di più sbagliato pensare si tratti di conquistatori”.

Una prospettiva infondo simile a quella di Di Battista, portata avanti nella convinzione che le sigle vadano bene per lo spettacolo televisivo, ma rappresentino molto male la realtà: organizzazioni “para-statali” come i talebani, Is, Hamas o Hezbollah sono complesse realtà politiche, “identità ombrello” sotto le quali trovano spazio estremisti ed elementi aperti al dialogo, strateghi e tagliagole. Secondo alcuni analisti, ad esempio, lo Stato Islamico parallelamente alla violenza inaudita mostrata fino ad oggi, punterebbe a raccogliere consenso locale promuovendo attività sociali e culturali (soprattutto per i bambini) nei territori che controlla e finanziando ospedali.

Da un lato stermina, dall’altro cerca appoggio delle popolazioni. Questo per dire cosa? Che una macchina para-statale come Is non può funzionare solo con i genocidi. Senza consenso, lo insegna la storia, un regime è destinato a sgretolarsi. Quelli più duraturi, ad esempio, a dispetto di tanta ingenua pubblicistica, erano macchine molto ben rodate e con largo seguito sul territorio.

L’inclusione di Is ad un tavolo di trattative avrebbe anche il potenziale vantaggio di rompere il fronte interno allo Stato Islamico, cercando di cooptarne gli elementi più moderati; tutto questo si chiama politica e per quanto sia anni luce distante dalla filosofia “piazzistica” del governo Renzi, troppo occupato a recarsi in visita di stato per vendere il “brand” Italia, è forse l’unica maniera per essere presi seriamente oltre confine.

Un’ultima nota sul sarcasmo dell’ambasciatore iracheno a Roma, Saywan Barzani, secondo il quale, Di Battista sarebbe il benvenuto in Iraq se in grado di risolvere la situazione: Is avanza a causa del collasso del governo che Barzani rappresenta: non è forse vero che gran parte degli armamenti utilizzati dalle milizie del califfato provengono dalle caserme strappate alle istituzioni irachene? Esercitare la sovranità non è solo un diritto ma anche un dovere del governo centrale. Forse, ribaltando il sarcasmo dell’ambasciatore, verrebbe da chiedersi di chi sono le responsabilità maggiori se ad appena due anni dal ritiro dell’esercito americano, l’Iraq democratico abbia già perso il controllo di quasi 1/3 del suo territorio aprendo la strada all’instaurazione del fantomatico califfato.