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Commercio mondiale, il Ttip: trattato fantasma

Uno spettro si aggira fra Europa e Stati Uniti. È lo spettro del Ttip, il partenariato (o trattato) transatlantico per il commercio e gli investimenti del quale sono stati avviati i negoziati nei primi mesi del 2013 appunto fra le due super-potenze.

È uno spettro per due motivi: perché non ha una fisionomia netta, finora. Di esso si sa solo che dovrà favorire il libero scambio ancor più di oggi fra i paesi che lo firmano e le sanzioni saranno durissime per chi non lo rispetterà. Ma è uno spettro anche perché da quello che si può intuire non fa presagire proprio nulla di buono. Avendo una certa età, io sono solito dire che le notizie non sono mai buone (“no news good news“). Cerchiamo di capire i possibili riflessi mentre la Rai, da buon apripista del servizio pubblico, ne ha già tessuto le lodi, ma si sa che per la Rai in questo periodo l’Europa è una magnifica realtà ed ancor più lo è se si accorda con la massima potenza mondiale.

Quello che appare chiaro è innanzitutto che si vuole dare più potere alle imprese e quando si parla di imprese non si parla certo del falegname sotto casa, ma delle multinazionali. Statunitensi. In che modo? Rimuovendo ciò che resta dei dazi doganali, ma anche superando le cosiddette “barriere non tariffarie“, cioè regolamenti e normative divergenti tra le due sponde dell’Atlantico. Già è significativo che regolamenti e normative siano considerati “barriere non tariffarie”. Mi ricorda il Renzi del mio precedente post in cui storceva la bocca alla parola “Soprintendenza”.

Si tratta in poche parole di creare una enorme “free zone” di libero commercio di merci e servizi, in cui non varrebbero più i limiti imposti dalle normative vigenti nei singoli Stati, in molti casi frutto di conquiste ottenute dalle battaglie in difesa di standard sociali, lavorativi ed ambientali.

E quali sarebbero i campi toccati dalla armonizzazione frutto della furia liberalizzatrice? Sicurezza e sanità, servizi pubblici, agricoltura, proprietà intellettuale, energia e materie prime. Ovviamente, come detto, la liberalizzazione sarebbe al rialzo, a favore dei giganti Usa, di cui Obama (come prima Bush) è ottimo portavoce.

E dire che anche nel campo strettamente economico diffidare dei grandi trattati stipulati con gli yankees è quanto meno doveroso. Vediamo cosa ha procurato il  Nafta: l’accordo per il libero scambio stipulato tra Usa, Canada e Messico nel 1992, la cui impostazione si avvicina a quella studiata per il Ttip, non gode di grande popolarità, avendo in vent’anni provocato diversi squilibri per i Paesi coinvolti, tra maggiore concentrazione della ricchezza e riduzione degli stipendi per i lavoratori fino al 20% in alcuni settori. 

In campo ambientale possiamo attenderci novità in campo Ogm, ricerca di materie prime in campo energetico e chissà cos’altro visto che siamo solo nella fase dei negoziati e ahimè non abbiamo la sfera di cristallo. Quello che appare chiaro è che trattati di questo genere vanno nella direzione esattamente opposta a quella che il movimento ambientalista richiede, e cioè tutela del territorio, tutela delle varietà locali in agricoltura, bioregione, chilometri zero, risparmio energetico.

Ovviamente a noi cittadini italiani il trattato lo spacciano come una grande rivoluzione che permetterà alle Pmi italiane di aprire sedi negli Usa in un giorno. Ci trattano come se fossimo degli imbecilli. Le imprese italiane chiudono sempre più di frequente (guardare i dati Cerved del marzo 2014 per impressionarsi) e, se possono, delocalizzano: anche senza il Ttip. Fiat insegna.

A Renzi spiace solo che la firma del Ttip non arriverà durante il semestre italiano Ue. Questo non gli permetterà di gigioneggiare un po’ di più. Peccato, Matteo, ci spiace. E’ in atto una Campagna Stop Ttip Italia, creata da un gran numero di associazioni e sindacati. Stupisce l’assenza delle associazioni ambientaliste. Forse non hanno capito bene.