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Gaza, ok Israele-Palestinesi per prolungare la tregua. Ma Hamas nega l’intesa

Il premier israeliano Netanyahu ha detto sì ad un cessate il fuoco di 120 ore per consentire i colloqui indiretti al Cairo e fermare in modo duraturo i combattimenti, ma il movimento palestinese nega. Da quanto martedì 5 agosto la tregua è entrata in vigore, solo alcune sirene d'emergenza suonate per sbaglio: nessun missile o raid è stato segnalato

Tregua prolungata. Media locali fanno sapere che Israele avrebbero concordato di estendere l’attuale cessate il fuoco entrato in vigore martedì 5 agosto alle 8 (ora locale) con l’obiettivo di permettere che al Cairo si tengano colloqui tra le delegazioni israeliana e palestinese per fermare in modo duraturo i combattimenti. Sembra quindi che Netanyahu abbia accettato la proposta egiziana di estendere la tregua umanitaria per Gaza da 72 a 120 ore per consentire i colloqui indiretti tra israeliani e palestinesi. Ma secondo il quotidiano Haaretz, che cita il funzionario di Hamas Ismail Radwan, l’intesa non sarebbe stata raggiunta. Il sito Ynet inoltre spiega che altri funzionari di Hamas hanno dichiarato che le brigate al-Qassam rinnoveranno i loro attacchi contro Israele non appena venerdì mattina terminerà il cessate il fuoco.

Seconda giornata di tregua e colloqui
È la seconda giornata in cui ai raid israeliani si sono sostituiti i colloqui indiretti al Cairo: un cessate il fuoco che non solo ha retto due giorni, ma potrebbe durare più di quanto inizialmente concordato. Negoziati che comunque sono stati definiti “difficili” dall’esponente della leadership politica di Hamas Izzat al-Rashq. “Il regime sionista vuole rivendicare conquiste e non ammette la sua sconfitta”, gli fa eco l’esponente del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina Maher al-Taher definendo “un sogno” la richiesta israeliana di disarmare Gaza. La delegazione palestinese resta quindi ferma sulle proprie posizioni per un cessate il fuoco duraturo, spiega al-Rashq, ovvero la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza, il rilascio dei prigionieri, la costruzione di un porto marittimo e di un aeroporto, oltre alla garanzia di un passaggio sicuro tra Gaza e la Cisgiordania. Sull’opzione di estendere la tregua a 120 ore, al-Rashq ha detto che la decisione spetta alle fazioni palestinesi, e dipende “da come vanno i negoziati”. Per l’esponente di Hamas “Israele vuole raggiungere un accordo soprattutto dopo la sua sconfitta e la vittoria del nostro popolo”. Secca la posizione del leader israeliano Netanyahu: “Israele aveva il diritto di difendersi. Noi abbiamo cercato di evitare le vittime civili, la loro morte è stata un errore. La responsabilità per le morti è di Hamas”, ha ribadito il primo ministro nel suo primo discorso dalla fine delle operazioni militari a Gaza. 

Delegazioni al Cairo
Nella capitale egiziana, grazie alla cui mediazione si è arrivati alla tregua, sono giunte ieri sera delegazioni di IsraeleHamas, Jihad islamica e al Fatah. Lunedì le autorità egiziane avevano consegnato a Israele le richieste palestinesi per trattare un cessate il fuoco duraturo, tra le quali anche la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza. Arrivati al Cairo anche Tony Blair, rappresentante per il quartetto composto da Stati Uniti, Russia, Ue e Onu, e Robert Serry, Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. Anche il Dipartimento di Stato americano si è detto pronto a inviare al Cairo un team di diplomatici in vista di una possibile ripresa dei colloqui tra israeliani e palestinesi.  

Kerry: “Ora si deve risolvere la questione dei due Stati”
“Adesso che la situazione si è evoluta, bisognerebbe concentrarsi sulla necessità di risolvere la questione dei due Stati”. Il segretario di Stato americano John Kerry, in un’intervista alla Bbc, invita israeliani e palestinesi ad approfittare della tregua a Gaza per riprendere i negoziati e concentrarsi sulla soluzione dei due StatiAi microfoni della Bbc, il capo della diplomazia americana ha inoltre ribadito il sostegno degli Stati Uniti al diritto di Israele a difendersi contro gli attacchi dei militanti di Hamas perché “nessun Paese può vivere in quella condizione”. Il movimento di resistenza islamico palestinese “si è comportato in un modo incredibilmente sconvolgente e, di conseguenza, ci sono stati terribili danni collaterali”. Infine, sulla questione della richiesta palestinese della fine dell’assedio a Gaza, Kerry ha detto: “Quello che vogliamo fare è sostenere i palestinesi nel loro desiderio e migliorare le loro vite: far arrivare il cibo, aprire i varchi e avere maggiore libertà”.

Arresto mandante ragazzi ebrei uccisi: “Soldi da Hamas”
Agenti dello Shin Bet, i servizi segreti israeliani, hanno detto di avere arrestato tre settimane fa il mandante del rapimento e dell’uccisione di tre ragazzi ebrei a giugno in Cisgiordania. Per il servizio di sicurezza interno Shin Bet l’uomo, Hussam Kawasmeh, era finanziato da membri di Hamas a Gaza. Dagli interrogatori di Kawasmeh, lo Shin Bet è giunto alla conclusione che il rapimento dei tre adolescenti non è stato un’iniziativa privata di una cellula di Hamas attiva a Hebron, ma ha coinvolto anche quadri dell’organizzazione a Gaza. Lo riferisce l’emittente israeliana Canale 10. I due rapitori dei ragazzi sono invece ancora in fuga. 

Pressioni su Cameron per politiche inglesi su Gaza
Aumenta la pressione sul primo ministro del Regno Unito David Cameron sulle politiche del suo governo riguardo agli eventi nella Striscia di Gaza, dopo che una commissione parlamentare multipartitica lo ha invitato a spingere Israele a togliere l’embargo sul territorio. La Commissione dei Comuni sullo sviluppo internazionale sostiene che i divieti di viaggio e commercio sulla popolazione di Gaza “non sono proporzionati” e che alcune misure sono contrarie agli obblighi sanciti dalla legge internazionale che deve essere rispettata da Israele. Cameron è stato attaccato da più parti per il suo sostegno a Israele. Le dispute all’interno del partito conservatore sono divenute evidenti ieri, quando Sayyeda Warsi, sottosegretaria al Foreign office, ha dato le dimissioni in segno di protesta contro le posizioni “moralmente indifendibili” di Cameron su Gaza 

I costi della guerra: “A Gaza, distrutte 134 fabbriche, persi 70 milioni di dollari”
Almeno 134 fabbriche sono state distrutte durante l’offensiva israeliana sulla Striscia. Lo ha denunciato il sindacato degli industriali palestinesi, spiegando che in quattro settimane di conflitto la chiusura delle fabbriche ha causato una perdita di almeno 70 milioni di dollari. Un duro colpo per la già fragile economia della Striscia, dove ora altri 30mila lavoratori si trovano senza un impiego. “La macchina da guerra israeliana ha distrutto l’infrastruttura dell’economia nazionale palestinese prendendo di mira le fabbriche che non rappresentano alcuna minaccia alla sicurezza”, ha detto il sindacato.

Le vittime del conflitto
Il conflitto, iniziato l’8 luglio scorso nella Striscia di Gaza è costato la vita, secondo il ministero della Sanità palestinese, a 1.875 persone, tra cui 430 bambini e 243 donne. Secondo l’Onu, il 68 per cento delle vittime palestinesi è composto da civili. Da parte israeliana, invece, sul campo sono morti 64 soldati, oltre a tre civili uccisi.