Cinema

Festival di Venezia, manca un centro di gravità permanente

Morte a Venezia? Macché, morte al marketing. Alla 71. Mostra, dal 27 agosto al 6 settembre, manca un centro di gravità permanente, un Gone Girl di David Fincher o un Inherent Vice di PT Anderson: non sono nemmeno a Toronto e Telluride, ma saranno al festival di New York in prima mondiale tra settembre e ottobre. Perché? “Colpa del marketing, una brutta parola”, accusa il direttore Alberto Barbera. Altro rimpianto per “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi sulla Prima Guerra Mondiale: “Olmi non lo porterà in nessun festival, perché vuole sia inteso quale testimonianza sulla guerra, non solo come opera cinematografica: rispettiamo la sua decisione, ma ci dispiace molto”.

Eppure le presenze, le sorprese e le novità non mancano, tutt’altro. Innanzitutto, il Lido quest’anno avrà la sua Croisette, il celebre lungomare di Cannes: quattro i titoli francesi in concorso, cui andrebbe aggiunto perché co-produzione maggioritaria transalpina il Pasolini di Abel Ferrara, girato in lingua inglese con Willem Dafoe nei panni di Ppp. I galletti ci battono, perché come d’abitudine sono tre i contendenti italiani per il Leone: Il giovane favoloso, ovvero Leopardi secondo Martone; Anime nere di Francesco Munzi; Hungry Hearts, il “piccolo film” yankee di Saverio Costanzo. Pure gli americani servono il poker: l’apertura Birdman del messicano Inarritu; Manglehorn con Al Pacino; 99 Homes, sulla crisi finanziario-edilizia; Good Kill di Andrew Niccol con Ethan Hawke, primo film sui droni bellici.

Se la guerra e il rapporto cinema-letteratura sono i fil rouge dell’intero cartellone, la politica è cosa nostra: letteralmente. La trattativa, che per Barbera è “il film più bello di Sabina Guzzanti”, ricostruisce quella famigerata tra Stato e mafia, basandosi esclusivamente sulle carte e i verbali processuali e affidando agli attori gli episodi più rilevanti, i mafiosi, gli agenti dei servizi, i magistrati, le vittime e gli assassini: Fuori Concorso, dentro l’Italia, con prevedibili polemiche. A orizzonti, il “gemello” Belluscone, una storia siciliana di Franco Maresco triangola tra Berlusconi, mafia e Sicilia, con l’intervistato Marcello Dell’Utri che sul futuro dell’ex Cavaliere e dell’Italia cita (male) Prima del viaggio di Montale: “Un imprevisto è la sola speranza”.

E come potrebbe mancare Andreotti? Non può: Giulio Andreotti Il cinema visto da vicino di Tatti Sanguineti, e così la politica non va in fuoricampo nemmeno in archivio. Tra le novità anche il restyling, meglio, la riqualificazione complessiva della Sala Darsena, che ospiterà le anteprime stampa e non solo: 6 milioni di euro stanziati dal Comune di Venezia, posti lievitati da 1. 299 a 1. 409, qualcuno al Lido fa i conti e storce il naso: “Ogni posto in più costa 54 mila euro, regalati alla Biennale anziché destinati alle emergenze”. Del resto, si sa, l’ospitalità del Lido è proverbiale… 55 i lungometraggi in Mostra su un totale di 1500 visionati, in Giuria Carlo Verdone (Premio Bresson 2014), la sezione Orizzonti potenziata e competitiva per “eguagliare” il Concorso, il Fuori Concorso che imbarca il doc collettivo di Gabriele Salvatores Italy in a Day e quello industriale di Davide Ferrario La zuppa del demonio, e Barbera che da Naomi Watts a Catherine Deneuve, da Bill Murray a Jennifer Aniston sciorina i divi attesi e mette a tacere la cronica querelle giornalistica sulla loro mancanza in Laguna.

Stelle a parte, l’obiettivo non dichiarato di Venezia 71 è più ambizioso: scovare tra quei 55, particolarmente tra gli americani, un altro Gravity da Oscar per rafforzare la reputation internazionale della Mostra, ma per i “semplici” cinefili c’è il cinema tout court: noi scommettiamo sullo svedese culto Roy Andersson in Concorso con l’ironia arguta di A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence; Near Death Experience, con il lucido scoppiato Michel Houellebecq che molla la penna, indossa la tutina da ciclista e mette la propria (fine) vita nelle mani dei registi belgi Delépine e Kervern; Peter Bogdanovich, che canta Lubitsch con She’s Funny That Way.

Il Fatto Quotidiano, 25 luglio 2014