Economia

Equitalia, 620 miliardi il tesoro nascosto. “Serve una intelligence del Fisco”

Nonostante gli 8mila dipendenti la società addetta alla riscossione non ha gli strumenti per trovare il bottino. Richiederebbe uno sforzo di tipo investigativo come avviene nella prima parte dell'accertamento in cui a trovare l'evasore sono la Guardia di Finanza e l'Agenzia delle Entrate. Manca poi ancora il reato di autoriciclaggio e la sottrazione fraudolenta alla riscossione coattiva è poco perseguito in Italia

C’è un tesoro su cui il Fisco potrebbe contare se solo lo Stato avesse la mappa che indica dove cercare e gli attrezzi per farlo. Sono i 620 miliardi di crediti da riscuotere in carico a Equitalia (al 31 dicembre 2013): evasione già accertata o altri crediti su cui non ci sono contenziosi o commissioni tributarie che si devono esprimere. Questa montagna di soldi vale almeno alcune decine di manovre di quelle che poi vengono chiamate lacrime e sangue, potrebbe costituire una riserva aurea per rendere centenario l’ormai famoso bonus 80 euro oppure permettere la realizzazione di infrastrutture o il piano di edilizia scolastica così caro al premier Matteo Renzi. Di questi 620 miliardi circa 350 sono originati da accertamenti fiscali, 170 dalla liquidazione delle dichiarazioni, 80 dovuti all’Inps e il resto – circa 20 miliardi – multe ovvero i crediti originati dai comuni che rappresentano solo il 3-4% del totale. Una piccola goccia d’acqua su cui comunque Equitalia ha una percentuale di successo di riscossione superiore al 40%.   

Ogni anno però sono solo 7,5 miliardi i crediti che riescono a finire nelle casse pubbliche. Mentre si tenta di far diventare il fisco “amico” e si cerca di trasformare Equitalia in “una casa del contribuente” c’è una montagna di denaro seppellito chissà dove, nascosto magari in conti correnti all’estero o trasformatosi in case, barche, gioielli. Spetta a questa società – partecipata al 51% dell’Agenzia delle Entrate – riscuotere quei soldi. Un compito difficile con i grandi evasori rispetto ai piccoli contribuenti che perlopiù sono messi sotto pressione con le cosiddette ganasce fiscali e pignoramenti. 

Nonostante gli 8mila dipendenti, dicono a Equitalia, non ci sono gli strumenti per trovare e scavare lì dove c’è il tesoro, in particolare quell’80% che farebbe capo a soggetti falliti o presunti nullatenenti. Richiederebbe uno sforzo di tipo investigativo come avviene nella prima parte dell’accertamento in cui a trovare l’evasore sono la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate. Bisognerebbe trasformare quei dipendenti, che ogni anno devono lavorare 18 milioni di partite creditorie da pochi euro in su, in “detective del Fisco“. Una intelligence della riscossione capace di inseguire il tesoro fino all’estero, magari in quei paradisi fiscali dove molti furbetti dell’evasione trovano riparo. E in questo senso una maggiore sinergia con le Fiamme Gialle e l’Agenzia delle Entrate potrebbe garantire un risultato più soddisfacente.

Equitalia non può, in presenza di un credito da riscuotere, “guardare” nei conti correnti, mentre negli Stati Uniti per esempio il prelievo forzoso avviene e il cittadino nulla può se esiste un debito accertato. C’è poi l’aspetto temporale: tra l’accertamento e la possibilità di riscossione passano a volte due o tre anni e se un altro soggetto, per esempio una banca, arriva prima allo Stato non resta più nulla. C’è poi stato il decreto del Fare che ha di fatto depotenziato alcuni strumenti: come quello di pignorare la prima casa. Di fatto lo Stato non può farlo mentre un soggetto privato può procedere. Per tutto il resto il credito vantato dalle casse pubbliche e quello di chiunque altro stanno sullo stesso piano. “Mentre si potrebbe prevedere per legge di garantire allo Stato una posizione di privilegio rispetto agli altri”. 

Altro aspetto è riguarda chi quegli strumenti li ha per legge: il reato di sottrazione fraudolenta alla riscossione coattiva punibile fino a 6 anni di reclusione (il che permetterebbe anche di fare intercettazioni telefoniche) è poco perseguito in Italia (esistono poche di centinaia di fascicoli nelle procure d’Italia) a differenza del più noto reato di frode fiscale. I pm danno alla caccia agli evasori, ma hanno difficoltà poi a perseguire quelli che nascondono i soldi che invece dovrebbero finire nelle casse dello Stato. Manca poi ancora nonostante sia invocato da più parti il reato di autoriciclaggio, contenuto nel ddl anticorruzione tuttora bloccato al Senato in attesa di essere calendarizzato, che potrebbe aiutare a chiudere il cerchio e finalmente poter aggredire i patrimoni accumulati truffando, rubando, evadendo e frodando.