Non solo mondiali

Brasile 2014, “nelle favelas nessuna gioia per i mondiali: solo rincari e repressione”

Barbara Olivi vive la Rocinha da 14 anni, quando ha lasciato il suo lavoro da agente immobiliare a Milano per trasferirsi nella più grande favela di Rio de Janeiro dove ha fondato la onlus "Il sorriso dei miei bimbi". "Nel Paese il calcio è lo sport popolare per eccellenza, ma questo torneo è solo per i ricchi"

“Lo spirito della Coppa, qui, ancora non si sente. E non potrebbe essere altrimenti, poiché finora abbiamo pagato le conseguenze dell’evento”. Barbara Olivi vive la Rocinha da 14 anni, quando ha lasciato il suo lavoro da agente immobiliare a Milano per trasferirsi nella più grande delle 1024 favelas di Rio de Janeiro. Alla Rocinha, che vuol dire “piccolo orto” perché i primi a insediarsi erano tutti contadini, abitano in duecentomila: una città grande come Trieste o Brescia“E come in ogni paese, così come in ogni favela, anche qui si vivono gioie e dolori’. Che Barbara prova a esaltare e alleviare con la sua onlus “Il sorriso dei miei bimbi. E, pesando il Mondiale, la sua bilancia tende dalla parte dei dolori.

Con l’avvicinarsi della Coppa del Mondo si è scritto di tutto sulle favelas. Com’è la situazione alla Rocinha?
Se vivessimo in Italia la stessa repressione saremmo già impazziti. Mentre qui, nonostante la fogna e la mancanza di strutture vince comunque la voglia di andare avanti. Nella foga di sopravvivenza si finisce però per non correre verso i propri diritti. Dev’essere questo il tema principale quando si parla di favelas, prima ancora della povertà. A Rocinha ci sono gli indigenti e i ricchissimi, che fuori da qui non lo sarebbero perché dovrebbero pagare tasse e bollette. Ma tutti, oltre i confini della favela, vengono emarginati e non sono visti di buon occhio. La realtà è che per ogni narcos abbiamo 80 lavoratori e uno zoccolo duro di 19 fancazzisti. I trafficanti di droga sono però armati e questo porta spesso a conflitti a fuoco con la Polizia, che diventano gli unici avvenimenti per cui la Rocinha fa notizia.

Però che polizia e favelas vivano un rapporto sempre più complicato è innegabile.
Dopo il periodo di terrore seguito alla “pacificazione” del 13 novembre 2011, oggi viviamo sotto il controllo massiccio dell’UPP (unità di polizia pacificatrice, ndr), fattosi più stringente nell’ultimo mese. Ci sono tre categorie di agenti dell’UPP: gli anziani, corrotti e con il chiodo fisso del guadagno, i giovani idealisti che credono nella loro opera di pacificazione e i ragazzi che entrano in polizia per avere accesso libero all’università. Quest’ultimi sono tanti, non sono preparati e hanno paura quando scattano situazioni di pericolo. Dall’altra parte trovano loro coetanei che hanno preso piede dopo gli arresti massicci delle vecchie guardie del narcotraffico. Sono giovani contro giovani: si cagano addosso quando è il momento di sparare. Accade sempre più spesso che ci scappi il morto e a volte si tratta di passanti del tutto estranei.

L’inasprimento del conflitto è una conseguenza dell’avvicinarci della Coppa del Mondo?
Vivendo qui non può sfuggire che l’ordine di alzare il livello di repressione sia palese: entrano, sparano, ammazzano. Avviene soprattutto nella zona alla base della montagna dei Due Fratelli. Se un poliziotto trova un ragazzo armato, apre il fuoco. È successo l’ultima volta neanche due settimane fa, alle 2 del pomeriggio.

La “questione favelas” come viene trattata dalla stampa?
I media brasiliani cercano di non parlarne, evidenziando solo le operazioni di polizia. I giornalisti stranieri si dividono in due scuole di pensiero: “esaltare le storie eccezionali” oppure “violenza, violenza, violenza”. La realtà è che siamo finiti sotto i riflettori per i Mondiali, ma qui lo spirito della Coppa non è ancora arrivato.

Un paradosso, tenendo conto che gli strati più poveri della popolazione brasiliana sono il cuore pulsante della passione per il calcio.
L’assegnazione dei mondiali al Brasile è stata motivo di orgoglio anche qui. Però i benefici si sono fermati un passo prima d’entrare alla Rocinha e in qualsiasi altra favela. La Coppa è costata tanto al settore pubblico. E questa gente ne paga le conseguenze sulla propria pelle. Sono cresciuti i prezzi e le infrastrutture pensate e iniziate non sono ancora state portate a termine. Quelle ultimate, penso agli stadi, sono diventati inaccessibili.

In che senso?
Il Maracanà è sempre stato un simbolo del popolo, oggi è un posto per ricchi. Il prezzo più basso per una partita è di 80 reais, il salario minimo di un brasiliano è di 780. Chi spende il 10 per cento dei propri guadagni per vedere una partita di calcio? Oppure pensate ai trasporti, miccia delle proteste dello scorso anno durante la Confederations Cup. Le cooperative di tassisti create nelle favelas sono state cancellate e non compensate con un servizio che funzioni. Contestualmente il prezzo dei bus è cresciuto. Vuol dire che la gente per andare a lavorare spende di più e impiega più tempo.

Le Olimpiadi del 2016 sono alle porte. Temete un secondo round di repressione e rincari?
Spero innanzitutto che si plachi l’onda repressiva. Contestualmente i lavori pubblici che procedono a rilento dovranno arrivare a termine. Questo avrà un risvolto positivo sotto il profilo dei servizi ma allo stesso tempo la tanta manovalanza proveniente dalle favelas si ritroverà senza un lavoro. E parliamo di persone che attualmente portano a casa uno stipendio di 1400 reais al mese, più buoni basto e trasporti gratuiti.

Sarà un Mondiale in tono minore, insomma?
I primi addobbi per la Selecao iniziano a vedersi in questi giorni. L’associazione degli abitanti ha proclamato una competizione per la strada con il miglior allestimento: si vincono carne e birra per un barbeque. Nella via Apia, una delle principali della Rocinha, verrà installato un maxischermo. Rimaniamo comunque nell’ambito del “normale” per un popolo che ha fatto del calcio una parte integrante della propria vita. Qui anche dei sacchetti di plastica sono buoni per improvvisare una partita. L’abilità e il genio con la palla tra i piedi sono questioni congenite e restano una speranza per passare dall’emarginazione al mito.

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