Diritti

Diritti gay: quel ‘ma’ di Alfano che sa di omofobia

Che Alfano e il suo partito ne siano ossessionati non è un mistero. Già in passato il leader del Nuovo Centrodestra ha dichiarato: «Sui matrimoni gay e adozioni gay siamo pronti a uscire dal governo» perché «non si può pensare alle unioni civili senza pensare prima alle famiglie». E ancora, su Twitter, dopo un’apparizione a Che tempo che fa: «L’Italia non diventerà né una grande sala parto per immigrati né un grande locale Arcigay». 

Non appagato da queste prese di posizione che ci allontanano dall’Unione Europea e ci avvicinano alla Russia di Putin, il ministro dell’Interno si dichiara contrario al mutuo per le coppie omosessuali approvato in Sicilia da Rosario Crocetta: «Io non sono omofobo, ho molti amici gay, ma le risorse non possono che essere destinate alle famiglie normali e ai giovani che cercano lavoro».

Senza entrare nel merito delle lotte del movimento LGBT italiano – doverose perché portatrici di garanzie democratiche per tutta la popolazione del nostro paese – mi limiterò a sottolineare alcune assurdità linguistiche nella descrizione di una realtà che, con ogni evidenza, Alfano ignora.

Innanzitutto – e tralasciando il mantra dell’ostentazione di amicizie gay come lasciapassare per poi parlarne male – nessuno vuole trasformare l’Italia in una discoteca gay. Le associazioni mirano ad avere leggi contro l’omo-transfobia e a favore delle famiglie omosessuali, prole inclusa. Nessuna imposizione, quindi, di danze al ritmo di Lady Gaga e nessun ascolto forzato della discografia completa di Raffaella Carrà.

Ancora, l’ex delfino azzurro mette su piani contrapposti le coppie gay (dimenticando che esistono anche quelle lesbiche) e le famiglie “normali”. Come se una famiglia di persone dello stesso sesso non avesse gli stessi problemi con le bollette, l’assicurazione della macchina e l’ultima settimana del mese.

Intanto sarebbe interessante capire cosa egli intende per “normalità”, anche perché la cronaca – nera soprattutto – descrive la famiglia tradizionale non certo come una realtà così pacifica e ordinaria. Basti pensare a infanti abbandonati nei cassonetti, mariti che uccidono le mogli o che approfittano della prostituzione minorile, abusi domestici di bambini e bambine… Ovviamente non va ridotta tutta la complessa fenomenologia delle dinamiche familiari a fatti così tragici, ma quando si parla di genitori e di coppie di fatto omosessuali si agita sempre lo spettro di rovine e orrori sui quali la massa “normale” e tutelata non può permettersi il lusso di dare lezioni a chicchessia.

Bisogna pensare ai giovani che cercano lavoro, rincara Alfano, dimenticando di nuovo le donne. Si stupirà di sapere, allora, che anche gay, lesbiche e trans contribuiscono al benessere collettivo andando in ufficio o in fabbrica e pagando le tasse anche per le coppie eterosessuali. Quando non si è disoccupati, va da sé, perché la crisi colpisce senza distinzione di orientamento sessuale (e spesso fa fuori proprio le minoranze non tutelate). E se si pensa alle unioni civili, non lo si fa per andar contro le famiglie, ma si sta solo cercando di dare diritti – a parità di doveri – a chi subisce discriminazioni in tal senso.

Da notare, infine, il gustoso vizio linguistico dell’ex vicepremier: «Io non sono omofobo, ma…». In grammatica si parla di congiunzione avversativa. Il “ma” è una parola, cioè, che sconfessa quanto detto prima. “Io non sono razzista, ma gli stranieri devono starsene a casa loro”. Quante volte lo abbiamo sentito? E così è facile: essere contrari alle discriminazioni quando non si è disposti a far nulla per abbatterle.

Alfano si limiti, in conclusione, a fare bene il suo lavoro – l’eterosessuale Alma Shalabayeva ringrazia ancora – nella speranza che duri il meno possibile. Si prenda maggiormente cura del suo linguaggio, che sembra fatto ad arte per dire il contrario di quanto afferma. E, possibilmente, si informi di ciò di cui parla. Avrà la sorpresa di sapere che nell’Italia della crisi anche milioni di persone LGBT onorano il fisco, prendono la metro, vanno a insegnare, vendono il pane, dirigono il traffico o cercano un’occupazione. Il tutto in modo molto normale, quasi invisibile. E senza alcun ma.