Cultura

Roma: Metro C e via dei Fori Imperiali, un progetto senza ‘garbo’

A Roma i lavori per la realizzazione della metro C stanno provocando disastri. Essenze di ogni tipo tagliate per far posto ai cantieri. La sopravvivenza di tanti monumenti messa a repentaglio dagli sterri e dalle sollecitazioni causate dall’azione delle grandi macchine per lo scavo, in Piazzale Ipponio. Come tra via Sannio e Piazza San Giovanni, così come in Piazzale del Celio.

Paesaggi naturali e soprattutto antropici, stravolti da un’opera che in attesa degli incerti benefici regala indiscutibili disagi, oltre che un intreccio nefasto di cancellazioni e aggiunte che in un pericoloso crescendo raggiunge il suo insuperato apice lungo via dei Fori imperiali. Tra via Corrado Ricci ed il Colosseo: proprio in quel tratto nel quale la semi-pedonalizzazione ha dato avvio all’operazione Fori, sostenuta dall’amministrazione comunale. Qui, nel cantiere sui due lati della strada, si ha davvero la sensazione che la città stia perdendo la sua scommessa, che in nome della metro si stia sovvertendo ogni logica, che perfino il buon senso abbia finito di esercitare il suo naturale contrasto ad operazioni dissennate. Chi transita per l’area abitudinalmente, probabilmente non rimane così colpito da quel che sta accadendo lì, nel cuore dell’area archeologica più grande del mondo. Ma chi non ha la stessa sorte, non può che rimanerne atterrito. Stupito dell’atrocità perpetrata senza riguardo. Quasi sfacciatamente esibita.

Il giallo delle parti superiori delle recinzioni dei cantieri e il grigio del cemento che fa capolino sempre più hanno cominciato a sovrastare i cromatismi storici. Ad appiattire tutto. Da un lato la basilica di Massenzio, puntellata, contraffortata, sostenuta esternamente e internamente. Poi il tempio di Venere e Roma, con le colonne superstiti in granito grigio del portico, che sovrastate dai macchinari necessari agli scavi, danno quasi l’impressione di essere più esili. Sul marciapiede le comitive di turisti si accalcano intente ad ascoltare le spiegazioni delle guide, di fronte alla serie di pannelli illustrativi posti dalla Soprintendenza archeologica di Roma. Didascalie di fotografie e ricostruzioni grafiche dei monumenti esistenti nell’area. Sfortunatamente senza una coincidenza topografica con l’esistente. Insieme a rendering della sistemazione futura.

Sull’altro lato va anche peggio. E’ stato completamente smontato il belvedere Cederna. In alto, Villa Rivaldi è stata privata del recinto di alberi, dopo averne distrutto la recinzione e l’ingresso su via del Colosseo. In basso, a partire dal piano di via dei Fori Imperiali e con andamento parallelo ad essa, da alcune settimane, è stato alzato un alto muro in cemento armato. Proprio quest’ultimo ha scatenato le reazioni di associazioni ambientaliste, raccolte firme per sostenerne l’immediato abbattimento e una richiesta di chiarimenti da parte del gruppo consiliare del M5S all’assessore ai Trasporti Improta, che nell’intento di rassicurare ha dichiarato che si tratta di “un muro provvisorio, che quindi verrà poi demolito… tra circa un anno… quando verrà ricostruito il muro originario, il tutto in accordo con la Soprintendenza”.

Una porzione cospicua ed evidentemente unica dell’area archeologica centrale utilizzata come area di cantiere. Abbattendo, costruendo e ricostruendo, come se si trattasse di uno snodo autostradale, di un qualsiasi viadotto oppure di un oleodotto. Non si tratta della solita, vecchia, querelle tra sostenitori dell’antico e quelli del moderno. Con i primi strenui nemici del progresso, in eterno conflitto con quanti quel progresso vorrebbero realizzarlo ad ogni costo. Non si tratta di questo. In quello spazio nel quale l’archeologia ha costruito una delle sue storie più affascinanti e spettacolari, il problema è un altro. Più grave. Perché più profondo. Su quella strada che si vorrebbe smantellare perché la sua realizzazione ha causato l’obliterazione di tanti parti antiche e una cesura irragionevole, si sperimenta l’arroganza dell’interesse. Che a quanto pare, a giudicare dalle distruzioni recenti, non ha alcuna intenzione di indietreggiare. Di arrestarsi. Nella sostanziale indifferenza delle Soprintendenze che di quegli scempi sono sembrate silenziosi spettatori. Nell’atteggiamento acquiescente di gran parte della maggioranza in Consiglio comunale, incapace di dissociarsi da un’operazione che rischia di tramutarsi in un boomerang.

“Ogni intervento moderno nei Fori deve essere molto minimale. Tra l’esigenza dei turisti e quella delle antichità va data priorità ai Fori. Sono una nostalgia romana da rispettare. Bisogna fare attenzione a non inserire i Fori nella società dei consumi, devono restare inconsumabili”. A parlarne, recentemente, Bernard Tschumi, una delle stelle dell’architettura internazionale. Ecco il punto, forse. I Fori “devono restare inconsumabili”. Bisogna avvicinarsi ad essi con politesse. Magari con indifferenza. Addirittura con atteggiamento conflittuale. Come a Nimes, dove davanti alla Maison Carrée c’è l’edificio di vetro e acciaio di Foster. Il recente progetto elaborato dall’Università La Sapienza si propone di trasformare via dei Fori Imperiali in un viadotto leggero “con appoggi radi e discreti” dal quale si sviluppano passarelle verso l’Esquilino e il Campidoglio con discese all’area archeologica. Sembra una buona idea. Forse lo sarà. Ma a patto che non si stravolga l’esistente. Decidendo che comunque ne valga la pena.

Il progetto Fori di Cederna e Italia Nostra si collegava a un piano più ampio di decentramento dei servizi che garantisse un decongestionamento della città consolidata. La forza di quella proposta era ancorata su quegli elementi. Osservando via dei Fori imperiali affacciati da via del Colosseo si ha sempre di più l’impressione che la realizzazione della metro C costituisca il fulcro del progetto per Roma. Del quale i Fori imperiali sono, sfortunatamente, soltanto lo scomodo contesto. Il Paesaggio composito da smontare pezzo a pezzo.