Cultura

Yemen. Una passeggiata per Sana’a

Sul ponte gente in fila. Un bambino correndo si allineò, si levò le scarpe e si inchinò a pregare insieme agli altri credenti. Fuori dalla moschea Qubat al-Bacquillya centinaia di corpi si prostraevano in direzione della Mecca. Le voci dei muezzin si levavano alte sopra la città.

Paco guardò i mattoni ocra della grande moschea. Guardò il rado traffico passare nel wadi al-Sailah in secca. Accese una sigaretta e osservò i devoti in preghiera. In quei momenti sentiva che lui, come moltissimi occidentali, aveva perso il concetto di unione sociale. Poteva solo guardare, ammirare. Gli capitava spesso di commuoversi per quel senso di coesione comune che nell’Occidente mancava. Nel bene o nel male, Allah o non Allah, un senso identitario ancora esisteva.

Si incamminò a piedi verso Midan al-Tahrir, attraversò l’animata via dei gioiellieri, assistette al pestaggio di un ladro, guardò un vecchio rinsecchito contrattare dei pomodori, i suoi occhi si incrociarono per qualche istante con quelli di una donna. Forse lei sotto il velo nero sorrideva, Paco in ogni caso distolse lo sguardo e proseguì fra i negozi che vendevano anelli, bracciali e collane. Il luccichio dell’oro si spandeva nella strada.

Giunse sulla caotica e congestionata piazza della Liberazione. Fece lo slalom fra le macchine imbottigliate, passò di fianco al carro armato, all’ufficio postale e ai musei e si diresse verso la sede dell’Amministrazione del Turismo. Sotto le facciate di gres, scolpite come se si trattassero di tanti Archi di Trionfo in versione mignon, l’Ineffabile si accese una sigaretta e aspettò.

La chiamata era arrivata la sera prima mentre stava scolando gli spaghetti. Lo aveva chiamato direttamente l’ometto con il riporto, comunicandogli di farsi trovare davanti all’entrata dell’Amministrazione del Turismo l’indomani alle 12.30.

Mancavano ancora dieci minuti. Chi doveva incontrare?

Dalla cena a casa dell’ambasciatore, quattro giorni prima, non si era più interessato all’affare ‘Abd Hamad. Doveva trovare un pazzo per farlo fuori, ma data e luogo non glieli avevano comunicati. In verità non gli importava molto, sapeva che lo scopo principale dell’Associazione era creare il caos, sapeva che lo pagavano profumatamente per trovare dei disperati che andassero a far fuori dei criminali incalliti.

Di fronte a lui si materializzò una figura alta e torva, un uomo sui trent’anni, i capelli rasati, una maglietta bianca, i jeans sdruciti.

“Sono qui per te”, disse l’uomo, in inglese, con un accento da americano sudista, molto probabilmente texano.

Paco lo analizzò. Aveva la faccia da killer, da fredda macchina di morte.

“Andiamo a bere qualcosa?”

“No”, disse Paco. “Dimmi quello che devi dirmi.”

“‘Abd Hamad verrà a Sana’a. Ha diversi affari qui. Finanzia la costruzione di nuove moschee e di una madrasa dalle parti del vecchio quartiere ebraico. Ti contatterò una settimana prima della sua prossima permanenza. Devi trovare qualcuno in fretta.”

“Non ti ho mai visto in città.”

Afghanistan“, disse tronfiamente lo sconosciuto. “Sono appena arrivato dall’Afghanistan.”

“E com’è Kabul?”

“Non c’è più Kabul, ci sono sangue, cervelli spappolati, membra in putrefazione. È una situazione d’inferno.”

Due uomini passando li guardarono con curiosità. Lo sconosciuto fece un gesto vago con la mano, come per scacciare delle mosche:

“Arabi di merda… a Kabul non ci sono più negozi, monumenti, moschee, targhe delle strade. Tutto è stato raso al suolo. Ruderi, solo ruderi e pezzenti senza speranza. Se io fossi uno di loro mi taglierei la gola per la disperazione, ma loro no, hanno la stessa resistenza al dolore delle bestie, me ne sono reso conto osservando come quegli incivili reggono agli interrogatori. Si lasciano scorticare, gli puoi bruciare il Corano sotto gli occhi, gli puoi far stuprare la figlia o la sorella da sette uomini, ma quelli non parlano. Bestie! Hanno la stessa sopportazione al dolore degli animali.”

Paco lo guardò senza dire una parola. Ne conosceva molti come lui. Cercava di impressionarlo senza alcun risultato.

“Comunque a Kabul bisogna stare attenti. È vero che è un gigantesco deposito di ruderi e null’altro ma ci sono un sacco di giornalisti, di coglioni delle Ong e di altri ritardati mentali dediti al pacifismo e ad altre cazzate. Fuori città è un’altra cosa, nei villaggi puoi girare con il blindato.” L’uomo iniziò a ridacchiare: “Scegli un obiettivo a caso e poi cominci a corrergli dietro. A volte dopo averlo stremato lo lasci perdere, altre volte lo schiacci e lo spiaccichi come uno scarafaggio. Come ti ho detto stiamo parlando di bestie ed è importante che abbiano soggezione.” L’uomo deglutì: “Credo che la nostra missione laggiù sia una missione di civilizzazione ma non puoi civilizzare un posto se prima non hai eliminato gli animali regrediti che lo infestano.”

“E se sono tutti animali?”, azzardò Paco.

“Se proprio non capiscono che l’unica via per la salvezza è data dal progresso, allora li uccidi tutti. Non possiamo tollerare di essere minacciati dalla bestialità, in gioco c’è il modello di vita occidentale, dobbiamo pensare alla nostra sicurezza e se quegli animali non capiscono che la nostra sicurezza equivale al loro benessere, beh, come ti ho detto, li ammazzi.”

Paco si era stancato di stare ad ascoltare quell’imbecille. L’Associazione reclutava sempre più invasati e meno personaggi dall’intelligenza fine.

“Aspetterò”, disse e, senza salutare, si diresse in direzione di Jamal Abd al-Nasser e scomparve fra i negozi di elettronica giapponese e le boutique dell’ultima moda yemenita: lunghe vesti nere o, a scelta, lunghe vesti nere. 

Tratto da “Apologia di uomini inutili”, di Lorenzo Mazzoni (Edizioni La Gru, 2013)