Cervelli in fuga

Fuga dei cervelli, Iran e Russia sanno come farli tornare. E in Italia?

Spesso si parla di fuga di cervelli in Italia. Le stime su quanto sia la perdita per il futuro del nostro Paese abbondano in rete e su ogni quotidiano che si rispetti. I Tg ogni mese con regolarità da rivista di gossip offrono un servizio con i giovani che fanno la valigia, oppure che si trovano bene all’estero ecc. Nulla di nuovo, ma esiste una realtà ben più diffusa. I cervelli scappano anche in altre nazioni. Nel decennio pre Putin, con il buon Yeltsin che dimostrava una certa passione per la vodka, e per le selvagge privatizzazioni operate da gruppi finanziari non russi; scienziati, ingenieri, e semplici tecnici emigrarono per una vita migliore. Sembra che anche in Iran abbiano lo stesso problema. Di recente un articolo su Al Monitor fa menzione della grande sfida del neo eletto Rohani per cercare di richiamare un po’ di talenti dalla diaspora.

Il 7 gennaio il ministro della Scienza, ricerca e tecnologia Reza Faraji Dana ha spiegato “ogni anno, circa 150.000 talenti lasciano l’Iran, il loro valore equivale, approssimativamente, a 150 miliardi di dollari”. La valutazione iraniana è forse eccessiva, se si considera che nel 2010 una stima simile da parte della Banca mondiale parlava di una perdita per l’economia iraniana di circa 50 miliardi di dollari. Lo scenario iraniano non è dissimile da quello italiano, per quanto vi siano delle evidenti differenze nelle nazioni. L’Iran esce (forse) da un trentennio di sanzioni economiche dure, che hanno messo in ginocchio la popolazione e imposto, a chi ne avesse la possibilità economica e familiare, di cercare fortuna altrove.

Molti giovani iraniani hanno scelto l’Europa, altri gli Stati Uniti. Persone creative che provengono da una cultura millenaria non differente dalla nostra. Noi italiani, per fortuna, non abbiamo nessuna sanzione per l’esportazione di petrolio (vero anche che di petrolio non ne abbiamo certo come l’Iran), ma lo scenario economico italiano, fratturato da decenni di gestione politica e burocratica allegra, mai unita sotto una visione coerente per lo sviluppo economico interno ed estero, ha seriamente messo in ginocchio questa nazione.

Differentemente dall’Italia dove ci si domanda come far rientrare i nostri talenti, sembrerebbe che la Russia e ancora di più l’Iran abbiano trovato la soluzione. La soluzione si chiama proiezione nazionale o national branding. Chi vorrebbe vivere in una nazione bastonata dai media, con una disoccupazione in crescita, con politici non considerati. Yeltsin non era certo un esempio di uomo forte, svendendo i gioielli di famiglia agli speculatori esteri o a locali imprenditori finanziati da capitali esteri (i famosi oligarchi russi). Il precedente presidente iraniano aveva reso la classe media intollerante: anni di privazioni economiche e sociali hanno forzato un grande esodo.

Esiste una ricetta universale per il “rimpatrio dei cervelli”?

Oggi Putin, con una politica di forza, ordine e proiezione politica estera forte, riesce a catalizzare l’attenzione del mondo, e i giovani russi che studiano master all’estero (anche in Italia) poi tornano nella madre patria per renderla grande…e per far soldi.

In Iran con una nuova politica di apertura verso l’Occidente con un nuovo ministro del petrolio che non fa segreto di essere il secondo ministro degli esteri (con la sua visione di proiezione energetica) potrebbe avere l’opportunità di reintegrare un po’ di cervelli fuggiti. Ovviamente ci sono ancora molti se: se sarà trovato un accordo definitivo in merito al nucleare iraniano; se l’Occidente potrà alleggerire le sanzioni con l’Iran per permettere a questa nazione una maggior libertà in ambito di commercio internazionale; se i giovani iraniani emigrati crederanno che a una maggior libertà economica corrisponderà una maggior libertà nei costumi e nelle regole sociali; allora anche l’Iran potrà permettersi di recuperare un po’ di talenti e crescere.

Iran e Russia condividono una comune ricchezza di materie prime che possono dare un notevole stimolo all’economia, alle politiche sociali e alla crescita della nazione. L’Italia non vanta questa tipologia di commodity. Esportiamo moda e design, siamo tra le nazioni più avanzate per la meccanica (insieme a Germania e Giappone). Expo 2015 sicuramente sarà un’opportunità di “metterci in luce” soprattutto nell’ambito della produzione alimentare ed energetica (parlando di biocarburanti di nuova generazione). Quello che serve all’Italia è un piano delineato per proiettarci all’estero come, per esempio, leader nella produzione alimentare di qualità, sviluppata con standard qualitativi elevati e soluzioni adatte a ogni scenario climatico. Il signor Letta ha dichiarato che una leadership più giovane sta emergendo, trovo auspicabile che tra questi “giovani” vi sia una percezione dell’importanza del “marchio Italia” quando si parla di futuro.

@EnricoVerga