Cultura

Fellini, vent’anni senza il grande regista

Già vent’anni senza Fellini. Com’è l’Italia senza Fellini? Cos’è il cinema senza Fellini?

L’Italia senza Fellini è decisamente più brutta. Basti pensare che vent’anni fa mentre Fellini ci lasciava Berlusconi preparava la sua entrata in scena. C’è un che di simbolico in quella staffetta: Fellini aveva condotto in prima persona una battaglia contro la pubblicità selvaggia durante i film in tv, cioè di fatto contro l’azienda del Cavaliere. Andandosene, sembrava consegnare l’immaginario a chi ne avrebbe fatto polpette, rendendolo merce ordinaria, luogo di sublimazione di frustrazioni (è quella la logica dei cinepanettoni) anziché territorio del fantastico, della proliferazione infinita dei possibili, della magia e dell’invenzione. Dietro la battaglia sui film interrotti dagli spot c’era in realtà uno scontro tra visioni opposte: da un lato la grande Italia capace di straordinarie creazioni che stupiscono il mondo e lo divertono, dall’altro la piccola Italia di altrettanto piccolo cabotaggio, pronta a calpestare valori, tradizioni, idee in nome del consumo. Un’Italia che pensa il cinema come un gigantesco agrume da strizzare. Un po’ come il calcio. Infatti da vent’anni l’Italia è anche senza calcio, malgrado di calcio ne abbiamo pieni gli occhi.

E il cinema, il cinema com’è? Anche il cinema è assai più brutto. Non solo perché l’immaginario sembra essersi disseccato, non solo perché ora non c’è in Italia una realtà-stimolo così impetuosa come quella che sorresse le grandi stagioni del neorealismo e della commedia all’italiana. Ma anche perché il modo di fare cinema è cambiato. Fellini lavorava da artigiano, da bricoleur, con altri grandi bricoleur che si chiamavano Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Tonino Guerra ecc.: quando pensava a un film apriva una nuova cartellina che invariabilmente intitolava “Il nuovo film”, quasi che scrivere quel titolo su un pezzetto di cartoncino fosse un rito che fungeva da viatico per iniziare il lavoro. Lì dentro, nella cartellina, entrava di tutto: fotocopie di libri che alla lontana potevano suggerire qualche idea, ritagli di articoli di giornale, corrispondenze con esperti (o qualche volta sedicenti esperti), ecc. Poi il film prendeva piano piano corpo, in forma di appunti sparsi, naturalmente di disegni, qualche volta di brevi soggetti. Rovistando tra le carte felliniane si sente “il profumo del legno”, come nelle botteghe di falegname nelle quali un tempo si entrava già soltanto per fare un’esperienza di odori. In quel clima artigianale sono nati i grandi film che hanno fatto grande il cinema italiano. Nell’Italia del cinema di Fellini le sceneggiature le firmavano “ditte” solidamente affermate, a volte composte da tre, quattro, perfino cinque persone.

Ognuno aggiungeva un tocco, ognuno “dipingeva” a suo modo: ne veniva fuori un modo di vedere il mondo polifonico e profondo. E’ questa polifonia che sorregge film magici e intensi come La strada, La dolce vita o 8 e ½. Così rendere omaggio oggi a Fellini vuol dire rendere omaggio anche ai suoi coautori. Tutti insieme ci hanno aiutato ad aprire gli occhi per vedere più in là di ciò che mostravano nei film. E’ questo lavoro collettivo che in parte manca al sentire contemporaneo: l’io ha sostituito il noi (“un film scritto e diretto da” è la massima aspirazione di un autore di cinema). E l’io da solo difficilmente racconta bene le cose della vita.