Politica

M5S, dopo la sberla trentina. E adesso, cari grillini?

Beppe Grillo arriva al Senato per incontrare “i suoi ragazzi” e subito dichiara: «E’ vero, ci hanno messo in un angolo, non riusciamo a farci approvare nulla». Intanto, se qualcuno – leggi Gianroberto Casaleggio – si illudeva che l’avanzata decomposizione del quadro politico avrebbe moltiplicato per “n” volte i suffragi del M5S, ha da meditare sui dati disastrosi del voto grillino in Trentino, dove è avvenuto un doppio dimezzamento: l’attendismo inconcludente, all’insegna del fanatismo gabellato per coerenza, produce e diffonde solo una sensazione di insignificanza.

E allora? Allora ve lo si diceva già da tempo. Ed erano tutte voci amiche (assai più amiche quelle critiche di altre, che vi lisciavano il pelo salvando la decenza con marginali distinguo). Eppure Grillo ha subito abbaiato in faccia a Stefano Rodotà quel «vecchio» che stava a significare un indegno e fuori luogo «arteriosclerotico». Paolo Flores d’Arcais è stato bollato con quel «porta sfiga» carognesco prima ancora che offensivo. Io stesso, che sommessamente facevo osservazioni analoghe a queste di amici ben più di me autorevoli, sono stato sommerso da commenti insultanti; fuori bersaglio prima ancora che sciocchi nel dipingermi come agente del solito Pd con o senza elle (ma è chiedere troppo un piccolo aggiornamento del lessico, magari con una lieve riduzione dell’attitudine alla ripetizione pappagallesca delle gag del guru?).

Insomma, una clamorosa dissipazione che non sembra avere fine. Che non avrà fine fino a quando serpeggerà nei cosiddetti “cittadini portavoce” pentastellati l’atteggiamento che sembra dominante tra il personale selezionato di questa Seconda Repubblica al lumicino: il servilismo.

Davvero singolare: volevamo andare oltre la forma-partito novecentesca e ci ritroviamo al medievale vincolo vassallatico, con il Signore che dispone del valvassino per la vita e per la morte. Situazione particolarmente soffocante nei partiti personali (primo fra tutti Pdl-Forza Italia, seppure in misura consistente anche nel Movimento Cinquestelle), in cui l’accesso agli onori e ai benefici dell’essere parlamentari dipende strettamente dalla benevolenza del supremo capo che ti ha messo in lista. Ma è tutto il sistema che privilegia la subalternità interessata (da yesmen, da ascari), proprio grazie a meccanismi selettivi che fanno emergere designati, non eletti. E che nessuno è davvero interessato a toccare.

Il risultato è l’apoteosi di contrapposti conformismi che non lasciano spazio alcuno alla libera determinazione dell’opinione. Una patologia che la strana coppia Grillo-Casaleggio teorizza come ottimale, gettando alle ortiche le acquisizioni della democrazia rappresentativa (grazie alle venerande rivoluzioni inglese, francese e americana) in materia di mandato politico come “mandato sui generis”; dunque non sottoposto a vincoli. Anche perché il duo G&C ritiene che il bambinello chiamato Democrazia sia nato con loro, sotto un cavolo nell’orticello del Web.

Se qualcuno pensava che da destra venissero segnali di ribellione al servilismo è stato subito smentito dalla mancanza di coraggio politico di Angelino Alfano, pronto a barattare la personale dignità con i vantaggi carrieristici della sottomissione.

Semmai è proprio dai giovani apprendisti eletti dall’indignazione democratica nelle liste M5S che potremmo attenderci la conquista di tale dignità. Soprattutto perché il tempo stringe. Non a caso il regime ha individuato nel sindaco di Firenze quel “comunicatore senza contenuti” – come scrive oggi Carlo Freccero su il Manifesto – che può innestare l’ennesima rivoluzione per finta, con cui turlupinare un popolo smarrito.  «Io sono un nientista», confessa il Matteo Renzi di Crozza.

Mentre – nel frattempo – Enrico Letta continua la sua opera all’insegna del rinvio, allo scopo di stabilizzare nello sfinimento un’indignazione che a febbraio aveva fatto tremare i Palazzi. Palazzi che ora sono molto più rilassati, preso atto che le rotture stanno perdendo la propria carica innovativa. Proprio per il prevalere anche nel fronte dell’Altra Politica di logiche padronali, improntate alla pretesa di acritica obbedienza, sinergiche a quella vecchia politica che qualcuno pretendeva di aprire come una scatoletta di tonno. E che ora si sta domandando se non valga la pena di ritornare ai propri antichi mestieri.