Politica

Grillo e Santanché uniti nella lotta

Da tempo non mi sentivo tanto vecchio come ieri, dopo aver sentito la mattina ad Agorà Daniela Santanché dire le stesse cose di Beppe Grillo, riferite da la 7 nel suo telegiornale serale: “il reato di clandestinità non si ha da metterlo in discussione”. E per quale ragione? Semplicemente perché facendo cosi si rischierebbe di perdere voti.

A dire il vero tale miserrima motivazione bottegaia risultava esplicita nell’esternazione del mio coetaneo e concittadino Grillo, implicita negli starnazzamenti della cuneese al rum (che le sberle beccate la scorsa settimana sulla fiducia al governo le hanno caricato sulle spalle la zavorra di almeno una diecina d’anni; tanto che ormai, dal punto di vista del decadimento fisico, ha quasi raggiunto noi ultra sessantenni).

Comunque perché stupirsi, visto che la cultura politica di uno che si è formato nei bar del semi periferico quartiere genovese di San Fruttuoso non è certo diversa dalla vorace possessività, da Mastro don Gesualdo al femminile della Provincia Granda, di una ragazzola scesa a Milano per arrampicarsi sulle guglie del benessere, costi quello che costi.

Piuttosto quello che avvilisce è la tracotanza con cui vengono proclamate siffatte tesi indecorose, provenienti da un’area corporale individuabile attorno al girovita; tanto dei teorizzatori come dei destinatari: partono dal portafogli intascato sulla natica destra e si rivologono direttamente alla zona ventrale del presunto elettore medio. A riprova di che cosa è diventata oggi la politica. E dunque dell’anacronismo proprio di un vecchio – quale il sottoscritto – che da ragazzino aveva incominciato a interessarsi alla vita pubblica sentendo un presidente americano proclamare: “gli altri vedono il mondo così com’è e si chiedono, ma perché? Io sogno un mondo migliore e mi chiedo, e perché no?”. Si chiamava John F. Kennedy.

Poi – in un mondo sempre di più osservato dal buco della serratura – mi (ci) spiegarono che quel giovane presidente era un puttaniere e che suo padre aveva contrattato appoggi elettorali a suo favore con la malavita. Miserie che non arrivarono a inficiare un’idea alta di politica, intesa come potente strumento per promuovere ideali generosi.

Un’idea di politica finita nel cestino dei rifiuti durante i successivi “lunghi anni delle locuste”; dalla seconda metà dei Settanta: una stagione che ha imposto la prevalenza dello stomaco sulla mente ed il cuore; in cui avidità, egoismo e perseguimento dell’interesse immediato più miope sono diventati i criteri dominanti. La via per il successo, esplicito e spudorato.

In economia ha trovato spazio solo il cosiddetto “egoista razionale”; quello che per farsi gli affaracci propri non rispetta nessuna regola, non guarda in faccia nessuno. In politica è diventato vincente chi riesce a vellicare meglio i bassi istinti dell’elettorato. Magari colui che orienta tali istinti diffondendo paure irrazionali (per poi presentarsi agli impauriti come scudo affidabile contro di esse). Puro cinismo, tendente al disumano, che ieri faceva gocciolare, tanto dalla bazza grifagna della Santanché come dalle fauci anchilosate dai troppi Vaffa di Grillo, parole che suonavano all’apoteosi dell’ecchissenefrega per blandire presunte torme di futuri votanti menefreghisti.

Tanto disumano da far dimenticare l’ignominia per cui i sopravvissuti alla catastrofe di Lampedusa ora sono stati inquisiti dalla magistratura proprio per via della normativa terroristica che istituisce il reato di clandestinità.

Così meschinamente rivolto ad accreditare e blandire ingiustificate paure che tendono a blindarsi, da occultare i dati reali di un fenomeno truffaldinamente presentato come un’alluvione che tutto travolge: nel 2012 i profughi giunti in Europa sono stati 332mila, a fronte di una popolazione sul mezzo miliardo di anime; di questi, gli approdati via mare sulle nostre coste risultano non più di 13mila. Ma al di là dei meri numeri ragionieristici, sono le parole a chiarire il senso orrendo dell’indifferenza: gli esseri umani che chiamiamo “clandestini” – in effetti – sono “profughi”. Ossia fuggitivi da situazioni che mettono a repentaglio la loro stessa sopravvivenza, l’incolumità.

Ma la scelta semantica non è casuale. Parlando in termini di “clandestinità” si ingenera un’idea di minaccia; se li si chiamasse “profughi”, si sottolineerebbe un richiamo alla solidarietà che contrasta i calcoli di potere dei fomentatori di risentimenti xenofobici.

Appunto calcoli. E fino a quando la politica continuerà a identificarsi con queste pratiche del tutto strumentali non riuscirà a essere il potente motore di civilizzazione che è stata; quando i valori erano stelle polari e non bersagli dell’irrisione di piccoli borghesi carrieristi, che pur di avere successo sarebbero pronti a vendersi qualunque cosa. A partire dalla propria umanità.

Purtroppo ancora non si vede nel panorama politico italiano niente e nessuno che potrebbe credibilmente fungere da soggetto organizzativo di riferimento per una politica “alta e altra”.

Solo qualche sparuto testimone di un modo diverso di pensare e operare. Come alcuni signori che il prossimo 12 ottobre parleranno in una piazza romana a difesa della Costituzione repubblicana.