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Alitalia, per il Pd esamina il caso l’azionista Matteo Colaninno

Amministratore delegato della holding di famiglia, vicepresidente di Piaggio, consigliere Immsi: il deputato del Partito democratico non salta una riunione e guadagna 390mila euro, più la retribuzione da onorevole

Ieri mattina, durante la trasmissione Omnibus il deputato del Pd Francesco Boccia ha preso a male parole un bravo giornalista del Tg La7, colpevole di aver ricordato in un ineccepibile servizio ciò che tutti sanno: “Qualche imbarazzo ce l’avrà anche il Pd – ha detto Frediano Finucci – visto che il suo responsabile economico Matteo Colaninno è il figlio del presidente di Alitalia, il numero uno dei patrioti, che peraltro era stato anche la guida dei capitani coraggiosi che 14 anni fa scalarono Telecom, l’altra patata bollente di oggi”.

Apriti cielo! Boccia ha definito “scorretto e sgradevole” il servizio di Finucci, protestando perché Colaninno junior “viene messo in croce perché il papà ha un’attività economica con cui lui non ha alcun rapporto”. “Cose da Italia”, ha concluso Boccia sconsolato, ma purtroppo per lui e anche per il Pd e per il Paese tutto, il presidente della commissione Bilancio della Camera non sa o finge di non sapere l’imbarazzante verità: Guglielmo Epifani, appena eletto segretario del Pd, ha imbarcato nella segreteria, con il delicato ruolo di responsabile economico che fu di Stefano Fassina e Pier Luigi Bersani, nientemeno che un azionista dell’Alitalia: Matteo Colaninno, appunto, che di suo padre Roberto è figlio ma anche socio.

La doppia vita di Matteo è degna del più scafato dei bigami. A giorni alterni si occupa degli interessi generali e di quelli, corposissimi, familiari. C’è conflitto di interessi? Questo lo deve valutare il Pd, magari a partire da notizie più precise di quelle che racconta Boccia in tv.

Roberto Colaninno, il papà, è azionista e presidente dell’Alitalia. L’investimento è in capo alla Immsi, la società quotata in Borsa che era di Telecom Italia e che il ragioniere di Mantova si comprò nel 2002 da Telecom con i soldi guadagnati scalando Telecom. La Immsi fa capo a sua volta alla Omniaholding, la cassaforte di famiglia. Il 29 giugno scorso, un bel sabato mattina, si è svolta a Mantova l’assemblea degli azionisti. C’erano tutti e quattro: papà Roberto (40,55 per cento delle azioni), mamma Oretta (19,89 per cento), il primogenito Matteo e il secondogenito Michele (19,78 per cento ciascuno). Il verbale, struggente, informa a termini di legge la comunità nazionale che “dopo breve e cordiale discussione”, i Colaninnos hanno approvato un bel bilancio con oltre un milione e mezzo di utile, e la conferma di papà alla presidenza e di Matteo e Michele come amministratori delegati. Ai due figli manager è stato dato lo stipendio: 150 mila euro a Matteo e la stessa cifra anche a Michele che pure lavora a tempo pieno e non fa politica. Dunque gli azionisti indiretti di Alitalia per la quota Immsi sono tutti i Colaninno, anche Matteo che pure ne parla come per sentito dire.

Alla Omniaholding fa capo anche la Piaggio. Matteo, nel tempo che gli resta libero dall’impegno politico, fa il consigliere d’amministrazione (per 40 mila euro l’anno di compenso) ma anche il vicepresidente (altri 60 mila euro). I maligni penseranno che per qualche riunione il responsabile economico del Partito democratico viene pagato (per decisione dell’azionista di controllo, cioè Matteo e i suoi cari) come cinque operai della gloriosa fabbrica di Pontedera. Ma sarebbe una malignità gratuita. Matteo si impegna a fondo e nel 2012, mentre partecipava allo sforzo corale del nostro Parlamento di sostenere il governo Monti che ci salvava dal baratro, ha partecipato anche all’87 per cento delle riunioni di consiglio Piaggio.

Colaninno junior, oltre che azionista, è anche consigliere della Immsi (altri 40 mila euro, e così il totalone da aggiungere all’indennità parlamentare è salito a 390 mila euro). Nel 2012, in parallelo con la temperie politica di cui sopra, non è mai mancato: 100 per cento di presenze nei consigli. Anche alla Camera è abbastanza assiduo, ma meno che nelle riunioni del business: 61,6 per cento di presenze da quando è deputato, cioè dal 2008.

La sua epifania fu un bel momento. Fulminato sulla via di Veltroni (benché bersaniano di ferro), definì la candidatura un grandissimo onore e annunciò le immediate dimissioni da tutti gli incarichi in Confindustria (era presidente dei Giovani industriali). Nessuno notò l’astuto silenzio sulle cariche societarie e sui pacchetti azionari. Neppure Walter Veltroni che lo nominò subito ministro ombra dello Sviluppo economico e che si battè al suo fianco per agevolare papà Roberto nella conquista di Alitalia. Quando quella volpe di B. lo accusò di tramare contro i “patrioti”, l’allora segretario del Pd abboccò subito e si sfogò con il Corriere della Sera: “Si inventa che avrei fatto saltare la trattativa che invece stavo riannodando. Guardi, qui in casa mia, su quei due divani là in fondo, si sono seduti Epifani e Colaninno, e hanno trovato l’accordo”. L’impressione è che queste e non i servizi del Tg La7 sono le vere “cose da Italia”, per dirla con Boccia.

da Il Fatto Quotidiano del 26 settembre 2013