Cultura

Jean-Philippe Toussaint: l’urgenza e la pazienza di uno scrittore

“C’è sempre una sfida, io credo, nella scrittura, queste due nozioni, apparentemente inconciliabili: l’urgenza e la pazienza. Di solito l’urgenza sovrintende alla scrittura di un libro e la pazienza non è che il suo complemento indispensabile, che permette di correggere ulteriormente le prime versioni del manoscritto”.

L’urgenza e la pazienza, di Jean-Philippe Toussaint, edito in Italia da Edizioni Clichy e tradotto da Roberto Ferrucci è un piccolo gioiello da portarsi sempre appresso. Utile per tanti potenziali scrittori (e lettori), più istruttivo di un qualche corso di scrittura creativa con costo d’iscrizione pagabile solo da una percentuale minima della popolazione nazionale.

Come si diventa scrittori? Perché si diventa scrittori? Cosa scatta nella mente di un uomo che decide o “sente” di dover cominciare a scrivere? E perché leggiamo? In che modo le parole entrano dentro di noi e diventano pensiero? Quali sono le forme attraverso le quali le parole e i pensieri che produciamo nella nostra mente trasformano la nostra vita e le nostre azioni? Quali sono i concetti che guidano la scrittura? Questo di Jean-Philippe Toussaint, ormai considerato uno dei più importanti scrittori europei, protagonista alcuni mesi orsono di una mostra monografica sulla sua arte addirittura all’interno del museo del Louvre di Parigi, è un testo paragonabile forse alle celeberrime Lezioni Americane di Italo Calvino, e che, caso più unico che raro, è riuscito a conquistare le vette delle classifiche di vendita in Francia, Belgio, Svizzera e Paesi Bassi. Tradotto in una decina di lingue, L’urgenza e la pazienza è un saggio di estetica e di epistemologia di una profondità assoluta ma che si legge con la semplicità di un racconto, che regala la bellezza di una scrittura sublime e una ricchezza di idee e di spunti capace di allargare il pensiero e stimolare il ragionamento, parlando di Samuel Beckett e di Fedor Dostoevskij, di Marcel Proust e di Vladimir Nabokov, di Edmund White e di Blaise Pascal con la leggerezza bella con cui si potrebbe parlare di paesaggi o di avventure dello spirito.

Cento pagine memorabili, difficile sottolineare le frasi più incisive perché ogni parola assume un grande valore simbolico e concreto: “Un libro deve sembrare come qualcosa di evidente al lettore, e non come qualcosa di premeditato o di costruito. Ma questa evidenza spetta allo scrittore costruirla”.

Straordinari i paragrafi dedicati ai luoghi della scrittura: “La distanza obbliga a uno sforzo più grande di memoria per ricreare mentalmente i luoghi che si descrivono: averli realmente sotto gli occhi, a portata di sguardo per così dire, indurrebbe a una pigrizia nella descrizione, una mancanza di sforzo nell’immaginazione, mentre essere obbligato a ricreare una città e le sue luci a partire dal nulla – il suo semplice sogno o la sua memoria – dà vita e potere di convinzione alle scende che si descrivono”.

O quelli sulla costruzione di un testo: “Un libro deve sembrare come qualcosa di evidente al lettore, e non come qualcosa di premeditato o di costruito. Ma questa evidenza spetta allo scrittore costruirla”.

E bellissime le pagine dedicate agli altri scrittori, ai maestri, ai colleghi, alle penne che ci hanno fatto decidere di intraprendere lo stesso doloroso, affascinante, irrinunciabile mestiere: “Ci sono molti scrittori che possiamo ammirare, ma ce ne sono pochissimi che possiamo semplicemente, al di là dell’ammirazione letteraria, amare”.

La traduzione e la pubblicazione de L’urgenza e la pazienza sono l’ennesima grande prova di uno dei migliori editori italiani, un editore indipendente che con grande coraggio e determinazione non segue le mode dell’editoria facile, ma che dona ai lettori opere di grande valore culturale e umano. A tal proposito risulta importante l’idea dei Ro.Ro.Ro: riallacciandosi a una storia quasi secolare come quella della Rowohlt Verlag, Edizioni Clichy ripropone in libreria i Ro.Ro.Ro. (Rowohlt-Rotations-Roman), gli antenati dei moderni tascabili. Nati nel 1950 per rispondere alle necessità di un Paese ancora annichilito dalle devastazioni anche culturali della Seconda Guerra Mondiale, i Ro.Ro.Ro. erano dei semplici giornali, stampati in rotativa sulla normale carta del quotidiano, riempiti però, anzichè dalle notizie, dai grandi classici della letteratura di ogni tempo: il tutto al prezzo di un marco, per permettere a tutti, anche i più poveri, di tornare a leggere.

Riproporre quell’esperienza, a cui i “nuovi” Ro.Ro.Ro. si ricollegano direttamente anche nella grafica e nella carta, significa richiamare quello spirito di amore per il libro e per le storie, e affermare con forza che anche nella peggiore delle crisi economiche e sociali la letteratura ha un ruolo di guida fondamentale e imprescindibile. E che è possibile la sua diffusione con un mezzo antico come il Ro.Ro.Ro., colto e insieme popolare, quasi usa-e-getta per permetterne la più facile distribuzione e il basso costo, ma in cui il contenuto abbia una centralità assoluta. E che si tratti di Conrad, Stevenson, Dostoevskij o Roth è un piacere leggerli in questo formato “proletario”.