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Datagate, le parole-chiave del controllo

Lo ricordava già, nel 1998, in modo semplice e didascalico, l’attore Gene Hackman nel film Nemico pubblico, trasposizione cinematografica dei misteri di Echelon, il sistema di sorveglianza globale: “Se tu parli al telefono con tua moglie e dici le parole “bomba”, “presidente”, “Allah” – le parole chiave sono centinaia – il computer le riconosce, le registra e le segnala agli analisti”. Quella tecnica di spionaggio, nata in piena Guerra fredda dalla collaborazione tra i servizi di intelligence di Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda, in seguito è stata estesa ad altri paesi (ieri Le Monde ha svelato l’esistenza di un estesissimo Big Brother francese gestito dalla direzione dei servizi segreti esteri e condiviso con le altre strutture dello Stato, nella più perfetta illegalità) e perfezionata dal punto di vista tecnologico.

Ma, nel fondo, la strategia di “ascolto” è sempre quella. Attraverso un’impressionante rete di satelliti spia, basi d’intercettazione terrestri e mega-cervelloni, vengono filtrati miliardi di comunicazioni di ogni tipo, che circolano via satellite, lungo i cavi sottomarini a fibre ottiche o rimbalzano sulle frequenze delle antenne a microonde: conversazioni telefoniche, sms, messaggi email, fax e così via.

Il problema è come smaltire questa mole sconfinata di informazioni. Sono i centri d’ascolto, attraverso i loro database, a leggere in tempo reale le comunicazioni, centrando l’attenzione solo su quelle che contengono le keywords, le parole-chiave inserite in precedenza nel cervellone.

Gli analisti si occupano poi di catalogare il materiale in base a una suddivisione ragionata per argomenti, nomi di persone, paesi, organizzazioni che compaiono nella lista delle parole chiave. Ovviamente, le keywords sono in continua evoluzione: con cadenza regolare, c’è chi suppone che più o meno settimanale, alcune vengono rimosse dai computer e sostituite con altre più attuali. Inutile dire che non scompariranno mai termini tipo terrorismo, bomba, esplosivo, droga, guerriglia o Jihad. Ma anche gli armamenti più svariati, dal classico Ak-47 (il fucile kalashnikov) al missile antiaereo Stinger.

Però, se un tempo parlare di Saddam, Gheddafi o Castro poteva far scattare il campanello d’allarme degli spioni globali, in epoche più recenti hanno preso quota – ad esempio – Ahmadinejad o Bashar al Assad. Tutto dipende dall’attualità politica e dalle emergenze internazionali. Anche dire “sei una bomba” o parlare di una “bionda esplosiva”, ci fa entrare di pieno diritto nella lista dei sospetti.

Il Fatto Quotidiano, 5 Luglio 2013