Cultura

World War Z. Zombie, non sei più quello di una volta

Philadelphia, delirio metropolitano: bloccato nel traffico con moglie e figlie è anche Gerry Lane (Brad Pitt), ex agente Onu in zone di guerra. Ma non è il solito ingorgo: elicotteri, poliziotti, qualcosa non va. La città è preda del caos e vittima del virus homo homini lupus: un morso diffonde il contagio, la rabbia diventa bestiale… l’uomo zombie. Gerry riesce a fuggire e a ricevere la telefonata salvavita: il suo ex capo Thierry manderà un elicottero a prelevare la famiglia, a patto che lui torni a disposizione delle Nazioni Unite per salvare l’umanità. I suoi cari al sicuro in alto mare, gli zombie sugli scudi, Gerry parte in tour mondiale: come, dove, perché ha avuto origine la pandemia? Prima tappa, la Corea del Sud, dove incontra un agente Cia corrotto (David Morse) che lo reindirizza in Israele: il Mossad ha convinto il governo a erigere l’ennesimo Muro, ma stavolta in funzione anti-zombie. Gerusalemme è salva, ma per quanto?

Dal libro di Max Brooks, è World War Z, diretto dall’altalenante artigiano Marc Forster(Monster’s Ball, Quantum of Solace) interpretato e prodotto da Brad Pitt, uno degli ultimi divi globali. Uno status che è croce e delizia, e questo tormentatissimo film conferma: lo spirito inclusivo di Mr. Pitt e della sua casa di produzione Plan B ha cambiato le immagini in tavola, tanto che le sequenze mostrate due mesi fa dalla distribuzione Universal e il film finito (da oggi in sala) non collimano. 

Se già il romanzo distopico di Brooks era stato violentato (per dirne qualcuna, Israele abbandonava i Territori palestinesi e fronteggiava la rivolta degli ebrei ultraortodossi, Iran e Pakistan si annientavano con l’atomica, la famiglia reale saudita distruggeva i pozzi petroliferi…) a più riprese dalle riscritture del copione, qualcosa è mutato ancora al montaggio definitivo: il residuo zombie-movie dalle implicazioni geopolitiche e dall’abbondante ricorso al plasma in chiave gore ha lasciato il posto a una versione riveduta e corretta per famiglie, della serie “e sopravvissero felici e contenti”.

Prevedibili polemiche, violenza e war-movie sono finiti nel fuoricampo: la Corea del Nord ridotta a una linea di dialogo, del Vaticano temerariamente (lo scandalo pedofilia…) trasferito a Dublino nessuna traccia, le incursioni splatter emendate da un editing anemico. Così, Brad Pitt si è autocostretto a girare il mondo come una trottola, fare incontri tanto fugaci da sembrare fedifraghi – c’è anche il nostro Pierfrancesco Favino, ricercatore a Cardiff – e scamparla in prima persona singolare. E autistica: taglia qui e ritaglia lì, trama e ordito risentono dell’Odissea rimaneggiata, stigmatizzano le ellissi e tradiscono plurime incongruenze.

Se Forster non ha alcun potere contrattuale, il direttore della fotografia tre volte premio Oscar Robert Richardson dicunt se ne volesse andare: paradosso, World War Z avrà un sequel. Tant’è. Troppo preso dalla sua immagine Mr. Pitt, troppo tremebondi gli Studios – Paramount – per non tornare sui propri passi, con quattro occhi al box office: del resto, ha recentemente vaticinato Spielberg, se oggi tre film a grosso budget (World War Z è costato 190 milioni di dollari) floppano, Hollywood va a gambe all’aria.

Dunque, Gerry/Brad elegge la soldatessa israeliana Segen a dama di compagnia e si limita a mandare cartoline in (nocivo) 3D dall’apocalisse, sacrificando il ritmo, anestetizzando il pathos, rinfoderando la spada di Damocle. I non-morti al ralenti di Romero (e Brooks) nel cassetto, i 28 giorni dopo di DannyBoyle ricordati senza profitto, World War Z riesce nondimeno nel miracolo: dichiarare guerra agli zombie facendo pace con le famiglie. Sì, mancano solo le Sister Sledge sui titoli di coda: We are Family.