Cultura

Roma, fra orti e palazzi l’archeologia (può) diventa(re) protagonista

Tra le temute delibere urbanistiche a lungo caldeggiate da Alemanno e presentate nell’ultima infinita seduta del Consiglio Comunale nel maggio appena trascorso, anche quella 13/2011 che prevedeva la realizzazione di un ampliamento dei locali della Banca di Credito Cooperativo, in via Lucrezia Romana, in cambio della realizzazione a spese dell’Istituto di un parco archeologico. Delibera fra le poche ad essere approvata quella riguardante l’ex X Municipio, attuale VII. Considerando come, a differenza della gran parte delle altre che avrebbero autorizzato l’urbanizzazione di parti dell’agro romano di rilevante interesse naturalistico e in molti casi anche storico-archeologico, prospettasse un riconosciuto interesse per la collettività. In cambio di un modesto sacrificio, un’aggiunta di 4mila metri quadrati. D’altra parte si sa, le risorse a disposizione del Ministero dei Beni Culturali sempre più ridotte. Quindi la possibilità di gestire con fondi di altri la realizzazione di un progetto di tutela e valorizzazione assai ghiotto. Di più, imperdibile. Perché in questo quadrante l’archeologia preventiva, insomma quella che indaga preliminarmente le aree di futura urbanizzazione, ha regalato molte soddisfazioni.   

Percorrendo il Gra, a Roma, non si ha soltanto la possibilità di non perdersi tra le vie delle sue aree più centrali, ma anche di osservare da un punto privilegiato le abnormi espansioni della città. Rilevare come nuovi settori urbanizzati e campagna mutino continuamente i loro profili. Come al posto di terreni coltivati o in naturale abbandono si sostituiscano con progressiva accelerazione nuovi cantieri. Insomma gru invece di alberi. Un fenomeno tutt’altro che episodico. Che nell’ultimo decennio ha prepotentemente interessato questa porzione di territorio compresa tra l’anello stradale, via Tuscolana e via Campo Farnia. Un agglomerato urbano formatosi nel tempo dall’aggregazione di più zone e dalla riqualificazione di quelle esistenti. La zona storica, la O34, nata intorno agli anni Cinquanta e per questo con molte carenze mai sanate, che si estende intorno a via Casal Ferranti. La prima 167, ovvero il Piano di Zona D6, nata intorno al 1992 e sviluppata seguendo precisi criteri urbanistici, che si estende tra la via Tuscolana, via Casal Ferranti e il Gra. La seconda 167, cioè il Piano di Zona D6 bis, nata nel 2004 seguendo un progetto urbanistico predefinito, modificato in corso d’opera dalle numerose presenze archeologiche individuate nell’area, che si estende tra via Casal Ferranti, via Lucrezia Romana e la bretella del Gra.

Gli archeologi hanno lavorato quasi ovunque, qui. Partendo non di rado dalle strutture in elevato. Come accaduto a via del Fosso di Gregna con l’ambiente absidato di incerta interpretazione, lasciato in vista e arricchito da un pannello esplicativo che fornisce indicazioni sulle indagini nell’area. Come verificatosi anche alla tomba a breve distanza da via Casale Ferranti. In vista anch’essa, anche se in stato di abbandono e, naturalmente, priva di qualsiasi pannello informativo. Come accaduto al sepolcro laterizio ad edicola ancora lungo via di Casale Ferranti, all’interno dei terreni della Banca di Credito Cooperativo. Ed è in questo spazio compreso tra il parcheggio della Banca e via di Casale Ferranti, via Mario Broglio e il deposito della Metro, che sorgerà il parco archeologico. Uno spazio inedificato, sul quale insiste un vincolo archeologico della Soprintendenza archeologica di Roma. Il sacrificio della nuova cubatura compensato da un’area nella quale l’archeologia non sarà un intruso. Soprattutto se non soltanto la fase iniziale sarà supportata da risorse economiche ed entusiasmo. Se al progetto di musealizzazione all’aperto che verosimilmente sarà studiato per l’area, seguiranno anche le necessarie opere di manutenzione. Insomma non soltanto erba tagliata e recinti-gabbie per le strutture in vista. Per un parco archeologico servirà molto altro. Quel che sembra certo, osservando i limiti di proprietà, è che non potrà rientrarci la possente cisterna laterizia con contrafforti esterni che si trova all’interno del parcheggio della Metro, affacciata su via di Casale Ferranti. Un monumento in abbandono da tempo. Quasi completamente sommerso dalla vegetazione spontanea che inevitabilmente ne mette a repentaglio anche la stabilità. Ma si sa, l’archeologia è spesso una presenza ingombrante. Per questo da nascondere nella prolungata incuria, se già visibile, oppure da distruggere, se di nuova individuazione. Con la sorte generalmente segnata. Da subito. Come si è verificato anche qui. Sul lato dx. di via del Fosso di Gregna dove le strutture individuate tra il 2005 e il 2006 sono finite sotto nuovi palazzi. Su via Lucrezia Romana, nel terreno sul lato opposto della mastodontica sede della Banca di Credito Cooperativo, dove le indagini archeologiche avviate nell’estate del 2012 hanno rilevato le creste murarie di alcuni muri che è probabile verranno inghiottiti nelle fondazioni della palazzina di 4 piani per 23 alloggi che realizzerà il Consorzio Midicop nell’ambito del Piano di Zona A11. E’ andata meglio al tratto di via basolata, la cosiddetta Castrimeniense, intercettata per circa 100 metri a partire da via Paul Cezanne in direzione del Gra. L’occasione? Anche qui la realizzazione di un piano di edilizia privata. Il tracciato antico che corre con percorso grosso modo parallelo a quello della moderna via Campo Farnia, costeggiato da numerosi sepolcri. Oltre che dal verde delle essenze piantate per farne un parco, un’area a verde. Una tranche del tessuto antico meritoriamente conservato. Peccato che manchi ancora qualsiasi tipo di supporto informativo. Per farne davvero patrimonio comune. Peccato non sia stato predisposto alcun impianto di illuminazione per garantirne la sicurezza anche nelle ore notturne.

A documentare le meritorie ricerche intraprese dalla Soprintendenza archeologica di Roma in questo importante quadrante a breve dovrebbe esserci anche un piccolo Museo, il “Giuseppe Vitale” di via Lucrezia Romana. Un contenitore di storie ed oggetti. Lo spazio nel quale il quartiere avrà la possibilità di scoprire l’aspetto di quel luogo, prima dei palazzi.

Esistono ancora spazi non urbanizzati. Anche se si assottigliano sempre più. Alcuni, quelli recintati con i bandoni argentati e i pali di legno, a breve non lo saranno più. Come accadrà a quello compreso tra via Mario Broglio, via Casale Ferranti e via Achille Capizzano. Altri sono ancora l’orto di qualche reduce del passato. Melanzane e pomodori, insalata e cipolle nei terreni coltivati sul lato dx. di via Casale Ferranti, a cavallo di via Casale Revori. Nei pressi c’è una struttura antica in opera cementizia, riutilizzata come rimessa per gli attrezzi agricoli. Altri ancora conservano edifici in disuso. Come quello in via Lucrezia Romana sul lato opposto del Museo archeologico.

Esistono anche delle chances per rendere questo agglomerato urbano più vivibile per i suoi abitanti. Meno dormitorio, più luogo di servizi. Le architetture quasi tutte non superiori ai quattro piani, spesso anche di disegno non standardizzato, a costruire una maglia nella quale l’archeologia finalmente può essere protagonista. Il Parco pubblico con la strada romana. Il Museo del territorio. Il parco archeologico che realizzerà la Banca. Elementi significativi. Singolarmente e nel complesso. Forse una storia a colori nell’oscurità romana.