Cultura

Manoscritti nel cassetto/28: Isole (di Milvia Comastri)

Questa è la prima proposta editoriale di una persona che conosco. Conobbi Milvia Comastri nel luglio del 2006, dopo una mia intervista a Fahrenheit . Nella breve biografia di Milvia c’è scritto che ha pubblicato Colazione con i Modena City Rambler. Bene, l’editing di questa raccolta di raccolti è opera mia. Ho fatto l’editing perché Milvia è un’amica (ha organizzato per due volte un corso di scrittura che ho tenuto io, a Bologna), perché mi piace come scrive (l’ho incoraggiata a farlo).
Ma è successo anche questo. Al Salone del Libro ho conosciuto un’altra persona, Giustina Porcelli, che aveva già pubblicato la sua proposta editoriale, qui (il manoscritto numero 13). L’ho conosciuta perché ho saputo che il suo manoscritto nel cassetto è stato letto, e valutato positivamente, da una agente letteraria. E se son rose fioriranno. Buona lettura. (reb)

ISOLE

UNO

Assunta (Agosto 2002)

Assunta ascolta il silenzio della casa, mentre beve lentamente un bicchier d’acqua dietro alla finestra aperta. Fissa il lontano orizzonte, come se il suo sguardo volesse sfuggire all’appiattito paesaggio di vecchie case, campi incolti, fabbriche abbandonate da tempo, che le si stende davanti.

Il cielo è una lavagna azzurra con lievi tracce di gesso. Sull’autostrada, oltre il greto rugoso del fiume, le vetture corrono veloci: il primo casello dista cinquanta chilometri e nessuno rallenta, in quel tratto.

I raggi del sole colpiscono le lamiere delle auto e creano un’alternanza di bagliori che infastidisce gli occhi.

Dalla casa del vicino arriva la voce di Battiato:

Ti solleverò dai dolori e

dai tuoi sbalzi d’umore

dalle ossessioni delle tue manie.

 Perchè sei un essere speciale

ed io avrò cura di te.

Le parole arrivano con struggente prepotenza fino a lei. Assunta avverte un dolore sordo, che dal cuore si irradia in tutto il corpo, e al cuore ritorna.

Pensa che un essere speciale, lo è stata solo per una persona, tanto, troppo tempo fa. E sono anni che nessuno si prende cura di lei.

Finisce di bere, si passa una mano sulle labbra. Posa il bicchiere sul davanzale, proprio vicino all’orlo, verso l’esterno. Con un gesto secco delle dita lo fa cadere nel vuoto. Il suono del vetro che si infrange su una fioriera si espande con un tintinnio nel giardino sottostante. La donna si sporge appena, guarda quei piccoli coriandoli lucenti. Non vede il sangue, oggi, intorno alla magnolia. Il terreno è grigio e screpolato per la sete di pioggia.

Battiato tace.

La donna si raddrizza e gira la schiena al cielo.

La cucina è sonnolente e spenta nel tardo mattino di metà agosto.

A parte lei, in casa non c’è nessuno.

E a parte sua madre, naturalmente. Sono quarant’anni che Celeste non esce di casa.

Pensieri

Credo che siano tutte fuori. Forse c’è Assunta, se è rientrata dalla spesa. Mi avrà comprato le sigarette? Lo sa che ne devo sempre avere almeno tre pacchetti, qui in casa, ma sembra che lo faccia apposta, a dimenticarsene. Sua sorella mi è venuta a salutare, prima, mi ha schiacciato la guancia con un bacio, ha riempito la stanza con quel suo profumo forte, ha detto: mamma, forse forse forse mi danno la parte in un film, e mi ha fatto una piroetta ridicola davanti, manco avesse cinque anni. Devo andare a Roma, ha detto, non so se stasera torno. E se ne è andata ridendo, e ha sbattuto la porta, con la solita sbadataggine. Con una mano mi sono tolta il suo bacio dalla faccia e ho ricominciato a cercare il rocchetto di cotone rosso. Poi, silenziosa, è entrata Mira. Si è fermata davanti alla mia poltrona, ha toccato il cestino. Mi ha preso la mano e me l’ha stretta.

“Nonna”, ha detto “io vado”.

Sulla porta si è girata:

“Nonna, ti voglio bene”. Con una voce piccola, l’ha detto, che quasi non la sentivo.

La porta si è chiusa senza rumore.

Qui tutti escono, se ne vanno chissà dove, a cercare chissà che. Non c’è niente, là fuori, se non il male.

Mia nipote, comunque, è l’unica in questa casa che non mi mandi i fumi alla testa. Peccato, sta crescendo. Diventerà anche lei come tutti, come tutti quelli là fuori, sangue di Giuda.

Devo cucire l’orlo di questi suoi pantaloni, ma non riesco a trovare il rosso giusto.

E pensare che un tempo riuscivo a distinguere tutte le sfumature dei colori, anche le più delicate. Celeste, mi dicevano le clienti, vorrei un rocchetto di cotone azzurro. Cosa avrò avuto, dieci, dodici anni? e mi sollevavo sulle punte dei piedi, e tiravo giù la scatola dallo scaffale, e gli aprivo sul bancone tutte quelle quantità di azzurri, e gli dicevo: quale vuole?, e loro: ma sono uguali, e io, no, gli dicevo, non vede? E ne prendevo uno, e poi un altro e un altro e glieli ficcavo sotto gli occhi. Non vede, signora, non vede come sono diversi, dicevo.

E adesso quasi non riesco a vedere la differenza fra un rosso e un nero. Per la merceria non è un problema, quella è un pezzo che non c’è più, ma vorrei vederci più chiaro, così, per me. E vorrei ricordare i nomi che c’erano su quelle scatole, sulle etichette scritte a mano, i nomi dei colori: magenta, amaranto, oro veneziano, rosso corallo, e poi?… Solo quei nomi vorrei ricordare.

E invece ricordo altre cose, ora, che mi fanno male qui, in mezzo alla gola. Le ho tenute nel petto per tanti di quegli anni che credevo si fossero seccate, lì, senza aria, ferme. Ma sono giorni che mi vengono su, come un pasto digerito male. E sono troppo stanca per mandarle indietro, troppo vecchia. E a vomitarle non ci riesco, sangue di Giuda.

Dal cassettone mi guarda la foto di mio padre: la tesa del cappello gli segna un’ombra sugli occhi, la bocca è senza sorriso, uno strappo sottile nel viso di carta ingiallito. Tiene una mano sul cuore, come a fare un patto.

La mattina del mio matrimonio mi ha detto, masticandosi le parole, con le spalle girate:

“Se vuoi tenerti un marito, ricordati che la camera da letto è come un cantiere: il matrimonio è lì che si costruisce, dalle fondamenta al tetto. Tutto il resto sono bubbole”.

Ero rimasta zitta, la faccia che mi bruciava. Quelle parole, da lui, che di parole era ormai avaro come un usuraio, da lui che non sapeva più di intimità né di carezze, non me le aspettavo. Da quando eravamo rimasti soli c’erano stati solo vuoti, fra noi, profondi. E sguardi sguinci. E silenzi.

Non una carezza, una qualsiasi vicinanza. Alla sera, finito di mangiare, ripiegava con cura il tovagliolo, ci passava sopra le mani più volte, per togliere ogni piega. Poi si alzava e se ne andava in camera. Non era più lui, da quando era morta mia madre. Prima, quando lei era viva, ascoltavamo la radio, dopo cena. Più tardi, dal mio letto, li sentivo ridere, e bisbigliare.

Mia madre è morta che avevo dodici anni, portata via in pochi giorni da una brutta polmonite. E a lui ero rimasta solo io. Ma non so neppure se mi vedesse. A volte, sarà stato una sera al mese, lui si alzava dalla cena e invece di andare in camera, si infilava il cappello e usciva. Stava via ore e il giorno dopo aveva un viso ancora più cupo.

Quanto a me non so se mi sentissi sola. A volte avrei voluto domandare cose, ma senza saper bene cosa chiedere. E a chi.

Avevo cominciato a imbarazzarmi per il mio corpo che cambiava, a provare fastidio per quel sangue che usciva ogni mese, spiegato con bisbigli dalle compagne più grandi. E provavo vergogna per certi languori che mi sfinivano quando un ragazzo mi posava addosso lo sguardo. Di amiche vere non ne avevo: avevo smesso la scuola e la merceria di mio padre mi prendeva tutto il tempo, poi c’era la casa. Non finivo mai, non avevo mai delle ore tutte mie, se non quelle della messa. Non c’erano donne, intorno a me, solo le clienti della merceria, e le suore del convento in fondo al paese che alla domenica, dopo la messa, offrivano a noi ragazzine biscotti e caffè-latte, e parlavano di peccato, con la bocca stretta, ne parlavano.

A volte, quando ero a letto, e non pigliavo sonno, mi veniva come una fame, ma era una fame strana, che sapevo di non poterla cacciare con un pezzo di pane. Allora era il cuscino che mi stringevo forte fra le gambe e dopo mi addormentavo di botto nel sudore e sognavo il grande occhio accusatore di Dio che si puntava su di me, come nel dipinto che c’era nel convento. Mi svegliavo e mi facevo il segno della croce, e chiedevo perdono, non so a chi, se a Dio, o al mio corpo, o a mia madre che non c’era più, o a mio padre, che dormiva nella sua camera, e si credeva di avere una figlia pura e innocente.

Vincenzo me lo ha fatto conoscere lui. Lo ha invitato a cena, una sera; mi ha detto di preparare l’arrosto e le patate al forno. Schivo, mi aveva detto di vestirmi bene, di raccogliermi i capelli.

Solo dopo, ho capito. Dopo, quando al suo funerale ho incontrato la sua cugina di Roma, la nostra unica parente.

Mio padre aveva cominciato a sputar sangue subito dopo la fine della guerra. E così aveva scritto alla cugina, preoccupato per quella figlia ancora tanto giovane, preoccupato per la merceria, e per un avvenire che vedeva incerto, per me, che non ero neppure bella, le aveva scritto, non bella come mia madre, con quelle quattro ossa che mi sporgevano sotto la pelle, e che me ne stavo sempre fra il negozio e la casa, la casa e il negozio. Lei gli aveva detto di un ragazzo, un giovane tranquillo, da poco tornato dal fronte, che gli erano morti i genitori sotto le bombe di San Lorenzo. Poteva essere un rimedio. Lui era stato nel commercio, prima di partir soldato, i suoi avevano avuto un negozietto di granaglie, anche quello distrutto. Era sano e robusto. Non aveva legami.

Una foto di Vincenzo non ce l’ho. Quella del matrimonio è sparita, saranno decenni. Era lì, vicino al ritratto di mio padre, fra la Madonna e la palla di vetro con la neve. Proprio dove adesso c’è la lettera, quella che è arrivata tre giorni fa. Ancora chiusa nella sua busta minacciosa.

Senza mittente. E con quel timbro. L’ho visto con la lente di ingrandimento. C’è scritto Palermo, su quel timbro. È da quando l’ho letto che c’ho questo grumo piantato qui, nella gola, sangue di Giuda.

Quarta di copertina

Quattro donne, una nonna, due figlie, una nipote. Isolate una dall’altra, anche se vivono nella stessa casa. Segreti inconfessabili e rancori hanno creato muri che sembra impossibile abbattere.

Forse sarà la fuga da casa della quattordicenne Mira che riuscirà a far crollare queste barriere che, per tanti anni, hanno separato le quattro donne. Forse, dopo tanti anni, sulle macerie di quei muri si potranno costruire ponti.

La storia copre un arco di tempo che va dalla seconda guerra mondiale ai primi anni del XXI secolo.

I capitoli del romanzo (che hanno come titolo il nome delle protagoniste) si alternano a capitoli dove nonna Celeste e la nipote Mira, diventano narratrici in prima persona, e raccontano i loro pensieri in una sorta di monologo interiore.


L’autrice

Milvia Comastri è nata e vive a Bologna. Ha pubblicato due raccolte di racconti: “Donne, ricette, ritorni e abbandoni” (Pendragon 2005); “Colazione con i Modena City Ramblers” (Historica 2012).

milvia.comastri@gmail.com