Cultura

“La piramide del caffè”, una recensione

Nicola Lecca è una delle penne contemporanee più interessanti e più premiate. Talento oggettivo: a volte impetuoso, altre più sottile, è stato scoperto prima da Marsilio con la raccolta di racconti “Concerti senza orchestra” (finalista al Premio Strega 1999) e ha poi partorito un libro ogni due anni circa. Lecca è riuscito sempre a mantenere uno standard di qualità superiore, e ha ottenuto una meritata filastrocca di riconoscimenti letterari. Sono talmente tanti i premi giustamente assegnati ai suoi lavori, da pensare che il mondo dei premi letterari italiani non sia poi così compromesso come raccontava l’indimenticato Bruno May di tondelliana memoria. Volume dopo volume, Nicola Lecca si conferma come autore che ha da dire qualcosa e che lo sa dire bene. Anche in questo “La piramide del caffè” (Mondadori 2013, Euro 17), che non è, a mio avviso, il suo miglior romanzo, si apprezza un solido talento narrativo.

L’intreccio è semplice: è la favola postmoderna di Imi – un diciottenne ungherese che vive in un orfanotrofio nel villaggio di fantasia di Landor (anagramma, guarda caso, di Londra), collocato dall’autore al confine fra Ungheria e Austria. Imi ha da sempre un grande sogno: lasciare l’orfanotrofio e trasferirsi nella capitale inglese. Qui ha trovato un lavoro umile e faticoso, ma per lui splendido e ben pagato: commesso da bar in una famosa multinazionale del caffè. La Proper Coffee è uno specchio fedele di ciò che è diventato il mondo del lavoro dipendente nel XXI secolo: un giano bifronte, che da un lato spende in marketing e comunicazione per apparire il miglior posto di lavoro al mondo, ma dall’altro è una corporation come tutte le altre, finalizzata alla massimizzazione del profitto e al mantenimento di regole interne tanto assurde quanto ferree. Proprio i dipendenti di medio corso della corporation, piano piano, diventano i kapò di questo postmoderno panopticon la cui ideologia è, in fin dei conti, il dio Capitale. La Proper Coffee è un luogo dove tutto è sempre ben osservato, analizzato, o addirittura previsto, giudicato e sanzionato. Eppure, nel muro di gomma c’è sempre una crepa, una falla. E perfino il dettagliatissimo “Manuale del caffè”, la Bibbia che tutti gli impiegati devono consultare più volte al giorno, è costretto a prevedere l’imprevedibile chiedendo al lavoratore di fare ricorso, per tutto ciò che non è espressamente illustrato nelle sue pagine, a ciò che è tale solo per chi lo ha: il proprio buon senso.

Ma Lecca ci ricorda che il buon senso è un bene raro, individuale, non di massa. E il buon senso di un orfano ungherese che ha fatto la fame è molto lontano dal buon senso di chi ha fatto i milioni di sterline come presidente di una multinazionale. Così, per raggiungere quel “successo sul lavoro” tanto ambito oggi come ieri, ma oggi certamente ancora più chimerico, ognuno applica un buon senso differente. Solo un favoloso e favolistico intervento di una Grande Intellettuale, spinta da un personaggio minore, potrà piegare le logiche del panopticon e costringerlo a diventare un ingranaggio di un mondo migliore. Un lieto fine che arriva come una vela di luce dentro a un tunnel di tristezze e mestizia, prodotto di un mondo del lavoro troppo vorticoso e troppo poco interessato all’Uomo.

Se la passione per la musica classica è uno dei lacci più evidenti che fasciano la produzione di Lecca, dal bellissimoHotel Borg” all’asfissiante Il corpo odiato”, passando per il sordo “Ho visto tutto“, il dolore addomesticato è invece la sottotraccia psicologica che lega i suoi romanzi. La mestizia, la tristezza, il dolore ormai quasi silenzioso o comunque sempre solo sussurrato, che avvolge placido ogni protagonista nelle sue spire ormai abituali, quotidiane. Un dolore che ormai si porta come una vecchia fede nuziale: senza accorgersene. Un dolore che, tuttavia, non impedisce la nascita di sogni, pur all’interno di un percorso psicologico segnato e limitato.

Sembra quasi che l’autore abbia conosciuto il dolore cupo, e oggi, finalmente, si liberi in parte dalle sue tenebre libro a libro, attraverso queste pagine scritte, questo nitore di parola, questo uso pacato, colto e consapevole della parola, in uno stile a tutti gli effetti letterario.

E tuttavia, qualcosa non torna in questo “La piramide del caffè”. Si avverte un certo adagiarsi sui propri allori, assieme a un sottrarsi ai propri impegni. Le paginette con poche righe, che descrivono stati d’animo appena tratteggiati, tecnica narrativa da giovani autori o, per meglio dire, da autori troppo giovani, ai quali non vorremmo che Nicola Lecca si riconoscesse ormai più, passati i 35 anni. I puntini di sospensione che iniziano alcuni capitoli nel tentativo di spingere il lettore a capire quale sia (ammesso che ci sia…) il significato di quelle pause di riflessione od omissioni d’incipit. E altri stratagemmi, che non sto qui a elencare, che ho trovato soprattutto inutili, più che fastidiosi, perché questa favola si regge bene sulle sue piccole ma robuste ali di favola per adulti.