Cultura

Selena Gomez e Vanessa Hudgens, dalla Disney all’inferno

Udite, udite: Spring break forever. E’ il mantra, ma non è l’unico: c’è il clangore dell’arma che si ricarica, a negare quel forever. Vacanza di primavera, vacanza dal quotidiano per inseguire il sogno americano su una Lamborghini decapottabile. Dal 7 marzo nelle nostre sale con Bim, Spring Breakers – Una vacanza da sballo dell’enfant prodige Harmony Korine (Gummo, gli script di Kids e Ken Park per l’ex amico Larry Clark) non ha vinto il Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia, ma qualcosa di più: ha preso le teen idol del Disney Club Selena Gomez e Vanessa Hudgens, nonché Ashley Benson (The O.C., Pretty Little Liars) e le ha scoperte ninfette in bikini, passamontagna rosa shock e infradito, tutte alcool, droga e fottuto edonismo.

Sono le Charlie’s Angels 2.0, le Vixen care a Russ Meyer del Terzo Millennio, e la loro vendetta prende per i fondelli l’American Dream: chi vive il sogno americano, accumulando tanta robba, a lot of stuff (copyright James Franco) come il verghiano Mazzarò è destinato a soccombere, ma alle spalle ha già un sostituto. Anzi, due sostitute, in fuga per la vittoria.
Film coloratissimo, ultrapop e nichilista per congruenza all’oggetto, potrebbe scontentare i fan di Selena e Vanessa: peggio per loro, crescessero una buona volta. Le loro eroine l’han fatto, con furbizia ma anche coraggio: si son (s)fatte grandi, con un romando di deformazione tagliato su misura. Spring Breakers esibisce corpi, baci saffici, seni e culi al vento, ma non si consuma nulla, nemmeno il sesso, perché tutto è già stato consumato.

Dunque, quattro college girls si scoprono al sole della Florida girls gone wild, passando dal via: un furto in fast food per pagarsi la vacanza. Due sono davvero cattive (Ashley Benson e Vanessa Hudgens), una pragmatica (Rachel Korine, la moglie del regista), l’altra devota (Selena Gomez): finiscono dentro per un party andato a male, e chi paga la cauzione le imprigiona in un incubo a piede libero. No future. La cauzione la paga James Franco, gangsta e rapper, bianco ma wannabe nero, che con un gangsta nero per davvero ha un problema. Rimarranno in tre e poi in due, le girls, dopo una sparatoria approcciata in motoscafo stile Miami Vice: tutto è flou, iperstilizzato e ipermortifero. Ma sono morti di plastica, perché di plastica – ci dice Korine – è già la vita.

Ma che cosa significa il ritornello, quello Spring break forever che infido accarezza le immagini? La pausa, il break, è lo stroboscopico fermo-immagine del film stesso; la primavera non c’è, sostituita dall’autunnale declino dell’impero americano; il per sempre è perché nulla può cambiare davvero, tutto è uguale.
Si rischia di ridere quando le ninfette parlano di party selvaggi, droga e stupidità globale quali esperienze spirituali, ma è la spiritualità pervertita, il massimo dell’immanenza che si risolve nel suo opposto. Operazione consapevolmente esplicita, con Britney Spears (Everytime) canticchiata al pianoforte da Franco e le sue padroncine: Britney è un classico nel paese degli instant-(s)cult. L’America che (dis)utilizza Scarface per la Cura Ludovico Van: l’Alien di James Franco lo vede sempre, sempre. Senza capirne un solo fotogramma, presumibilmente. Poco importa, anzi, così sia. Addio Topolino, Selena e Vanessa sono le Pussy Riot: quelle di plastica, ovviamente.