Società

I giovani del Sessantotto non sono tutti dei venduti

Caro Massimo Fini,

nel tuo pezzo sul Fatto di oggi Dal Sessantotto ad oggi-I giovani non bastano per la rivoluzione, ri/ferendoti ancora una volta al ’68 –movimento al quale, se ben ricordo, tu non partecipasti e nei confronti del quale hai sempre ostentato un atteggiamento pre/concetto – affermi che “quelli del ’68 (…) erano giovani fuori ma già marci dentro. Erano figli della borghesia e della borghesia avevano preso tutti i notori vizi: il cinismo e l’opportunismo. Non volevano cambiare il mondo ma (…) sostituirsi ai padri nell’esercizio del potere”.

E, per esemplificare, indichi in Paolo Mieli – “militante, assieme ad atri rampolli dell’alta borghesia e dell’aristocrazia romana, di Potere Operaio – una figura tra le più eclatanti che “non voleva fare nessuna rivoluzione ma diventare, per vie scorciatoie, il direttore del Corriere della Sera”.

Pur condividendo questo tuo statement sull’attuale presidente della RCS, al quale però andrebbero aggiunti molti altri nomi a cominciare dagli ex lottatori indefessi (leggi continui), virati manutengoli & sottopancia del Caimano, ritengo i tuoi giudizi sulla borghesia e sul ’68 sommari che giungerei a definire addirittura superficiali, se non conoscessi bene i tuoi coraggiosi et anomali scritti.

Cominciamo dalla così/detta borghesia italiana, così/detta perché proporzionalmente irrilevante per essere considerata il nerbo e/o la colonna dorsale di un paese democratico e liberal, come l’ex bel Paese non è mai stato e molto probabilmente non riuscirà mai a diventare. Ciò detto non ritengo affatto, come ho già avuto l’opportunità di argomentare nell’ultimo e controverso mio post sul Fatto, che la classe sociale dalla quale provengo, fosse tutta intera cinica e opportunista. Né mi pare che tutti coloro i quali in questi ultimi lustri, pur non provenendo da questa infame borghesia, hanno comunque avuto agio di promuoversi socialmente soprattutto grazie alla politica, si sono dimostrati assai più cinici e opportunisti dei borghesi da te stigmatizzati, per non parlare dei politici criminali che in maggioranza non provenivano né provengono dalla borghesia alta o bassa che sia, e men che meno dall’aristocrazia.

Per quanto attiene al famoso’68, movimento al quale non mi son mai pentito d’aver partecipato anche se in modo anomalo – “eri l’opposizione costituzionale interna al movimento”, ebbe a de/finirmi nero su bianco Mauro Rostagno – da posizioni liberal in un contesto, quello della Libera & Sociologica Università di Trento, sin troppo accondiscendente nei confronti dei supposti rivoluzionari doc, per altro assai osannati soprattutto dalla stampa borghese, come ebbe a riconoscere addirittura Marshall McLuhan il quale, interpellato dall’allora Panorama di Lamberto Sechi, mise in guardia il sarà magazine più venduto, sul rischio di diventare il bollettino delle Brigate Rosse.

Caro Massimo ci conosciamo da decenni e anche se tra noi c’è sempre stato una sorta di stima poco corrisposta, da parte tua intendo, ti voglio ricordare che non tutti i così/detti sessantottini – questa mania tutta italiota dei diminutivi ridicoli e grotteschi come i grillini & via discorrendo – si son venduti, visto & considerato che una parte non minoritaria di costoro come il sottoscritto, sono sempre stati e continuano a svolgere senza apprezzabili contro/partite, l’impopolare ruolo di uomini del no, come stigmatizzò il celebre poeta e giornalista greco Konostantinos Kavafis.

Nel tuo pezzo di oggi ritorni anche su quel tuo pezzo contro/corrente su Linus titolato Basta con i giovani, che chiudevi così: ”La cosa migliore, modesta ma onesta, che possano fare i giovani è una sola: invecchiare” e quindi, ri/ferendoti a Beppe Grillo, concludi che “è invecchiato senza diventare adulto”. Esattamente quel che è successo a me e a quelli come me, che se non altro per questo non possono essere considerati né vecchi né giovani babbioni. Il che, a parte i limiti annessi & connessi all’oggettiva s/comodità del ruolo, poco davvero non è.