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Siria, Onu a Tremseh: “Attacco su case attivisti” Cri: “Crimini contro umanità”

Il team delle Nazioni unite ha potuto anche osservare una scuola bruciata e diverse case, cinque delle quali portavano segni di un incendio. Secondo alcuni attivisti l’esercito di Assad avrebbe avuto il tempo di spostare i cadaveri dei civili che sarebbero nei campi attorno al paesino. La Croce Rossa: "Crimini di guerra e contro l'umanità"

Gli osservatori Onu torneranno domani nel villaggio di Tremseh, per continuare a raccogliere elementi di fatto per capire che cosa è successo, in quel paesino di poche migliaia di abitanti 25 chilometri a nord ovest di Hama. Lo ha detto Sausan Ghosheh, portavoce della missione Onu in Siria. I caschi blu sono riusciti a entrare nella cittadina sabato pomeriggio, dopo che alcuni team erano stati bloccati dai posti di blocco dell’esercito siriano. Secondo le valutazioni che la stessa Ghosheh ha illustrato ai giornalisti internazionali, “l’attacco a Tremseh sembra aver avuto come bersaglio alcuni specifici gruppi e alcune specifiche case, principalmente di disertori dell’esercito e di attivisti. In diverse case – ha proseguito Ghosheh – C’erano pozze e tracce di sangue, oltre ai bossoli“.

“E’ stata usata un’ampia gamma di armi – ha detto ancora la portavoce della missione Unsmis – compresi mortai, artiglieria ed armi leggere. Il team delle Nazioni unite ha potuto anche osservare una scuola bruciata e diverse case, cinque delle quali portavano segni di un incendio dall’interno”. Nulla di conclusivo, dunque, da questo primo sopralluogo nel villaggio siriano, e le due versioni sui fatti – quella dei gruppi dell’opposizione che accusano il governo e le milizie Shabiha, e quella del governo che invece accusa “gruppi terroristici” – restano distanti. Un portavoce dell’esercito ha detto che a Tremseh sono stati uccisi “molti terroristi” ma non ci sono state vittime civili. Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani sta continuando a verificare il numero delle vittime civili, che potrebbero essere fino a 150 se non di più. “Se queste cifre fossero confermate, sarebbe il più grave massacro in Siria dall’inizio della rivoluzione”, ha detto alla France Press Rami Abdel Rahman, direttore dell’Osservatorio.

Secondo alcuni attivisti di Tremseh, citati dall’agenzia AP, nelle 48 ore tra l’attacco al villaggio e l’arrivo dei caschi blu, l’esercito avrebbe avuto il tempo di spostare i cadaveri dei civili che sarebbero nei campi attorno al paesino, dove però l’accesso non è consentito a causa dei check point militari. La tv di stato siriana ha invece mostrato i corpi di alcuni dei “terroristi” uccisi dall’esercito e una notevole quantità di armi e munizioni sequestrate durante l’operazione lanciata per “proteggere” i civili di Tremseh dai gruppi terroristici. In una conferenza stampa a Damasco, il ministro degli esteri siriano Walid Muallim ha negato che nel villaggio sia stata usata l’artiglieria, come invece sostiene l’Onu, e ha “fermato” il conteggio delle vittime a 37 combattenti ribelli e 2 civili.

Al di là dei fatti legati al possibile eccidio di Tremseh, l’Onu lancia un allarme più ampio sulla situazione in Siria. Complessivamente, circa 90 persone sono rimaste uccise negli scontri delle ultime ore tra gruppi armati dell’opposizione ed esercito regolare. Gli scontri più duri sono avvenuti nel sud, Deraa, così come in altre zone delle provincie di Hama e Deir Ez Zor. La Croce Rossa internazionale, che ormai parla apertamente di guerra civile generalizzata, ha “avvisato” tutte le parti in conflitto del rischio di crimini di guerra e contro l’umanità. Gli ultimi eventi hanno comunque dato un colpo di acceleratore alla diplomazia internazionale, al cui centro c’è ancora la difficile opera di mediazione affidata all’inviato speciale di Onu e Lega Araba Kofi Annan. L’agenda di Annan prevede il 17 luglio un incontro con il presidente russo Vladimir Putin, per cercare di sbloccare lo stallo nel Consiglio di sicurezza che secondo lo stesso segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon rischia di diventare “una scusa per ulteriori spargimenti di sangue”. La settimana scorsa però la missione diplomatica del Consiglio a Mosca era fallita. 

Ieri, Ban ha parlato con il ministro degli esteri cinese Yang Jieichi, per chiedere che Pechino “usi la sua influenza” su Damasco per arrivare alla piena applicazione del piano proposto da Annan per far cessare la violenza. Il segretario generale dell’Onu sarà in Cina lunedì e la situazione siriana è uno degli argomenti in cima all’agenda dei colloqui con le autorità di Pechino. La settimana che si apre domani potrebbe essere determinante. Il 20 luglio infatti scade il mandato della missione Onu a Damasco, che deve essere rinnovata con una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. La bozza di risoluzione proposta dai governi occidentali contiene un rinnovo di appena 45 giorni e un ultimatum di 10 giorni entro i quali il governo siriano deve cessare completamente l’impiego dell’artiglieria e delle armi pesanti contro i centri abitati, come del resto aveva accettato di fare già ad aprile scorso. In caso di mancato rispetto di questa scadenza, la bozza di risoluzione prevede sanzioni più pesanti. La Russia ha la sua bozza, che estende il mandato per altri 90 giorni e non prevede sanzioni. Le posizioni dunque nel Consiglio di sicurezza rimangono molto lontane.

di Joseph Zarlingo