Cronaca

Adinolfi “due sospettati brigatisti” ma dai Ros smentiscono

Svolta nelle indagini sulla gambizzazione dell'ad di Ansaldo Nucleare del 7 maggio scorso a Genova. La pista più battuta quella sulle nuove Brigate Rosse, in particolare si vagliano le posizioni di due individui legati a un traffico di armi dall'est Europa. Poi la smentita del Ros: "Nessuna pista privilegiata"

Prende forza la pista brigatista per l’attentato a Roberto Adinolfi, l’amministratore delgato di Ansaldo Nucleare gambizzato il 7 maggio scorso a Genova. Sono stati effettuati controlli in carcere su alcuni brigatisti detenuti. Lo comunica l’Ansa. Gli investigatori intanto si stanno concentrando su due individui, attenzionati dalle forze dell’ordine da tempo, perché nel 2000 tentarono la ricostruzione una cellula con ex esponenti Brigate Rosse e Unione Comunisti Combattenti. Entrambi i sospettati sembrano collegati ad un genovese, oggi in carcere dopo un sequestro di armi da guerra e munizionamento proveniente da paesi ex comunisti. Tutti e due, secondo fonti investigative, fanno parte di un centro di documentazione politica genovese. Ad aprire la pista d’indagine dei carabinieri del Ros che lavorano sul caso è stato il tipo di proiettile usato per l’agguato: un calibro, il 7,62, che si adatta ad una TT-33 Tokarev, arma privilegiata da brigatisti e insurrezionalisti per l’affidabilità e per la capacità di resistere a condizioni climatiche difficili, anche sotto terra. Proiettili simili e un manuale d’uso di questa pistola vennero sequestrati proprio a Genova qualche anno fa assieme a alcune pistol machine di fabbricazione est europea. I militari, sono risaliti così a un nome che ritengono riferibile al commando che ha sparato. Per questo chiedono l’autorizzazione a ascoltarne le conversazioni telefoniche e a circoscriverne le comunicazioni e i contatti a partire dal 1/o gennaio 2012. Ma i sospettati sarebbero due. I carabinieri, hanno infatti da tempo indagini pertinenti a ambienti eversivi con i quali un sospettato sarebbe in contatto. Gli ambienti eversivi sarebbero appunto riconducibili a uno specifico centro di documentazione genovese frequentato anche da un secondo sospettato, non genovese.

Poi dopo qualche tempo arriva la smentita del Ros: “Le notizie inerenti le indagini condotte dai Carabinieri del Ros sul ferimento del manager dell’Ansaldo Roberto Adinolfi, riportate da alcuni quotidiani, sono totalmente prive di fondamento. In particolare, nessun riferimento esiste in ordine a presunti responsabili dell’agguato. Non risulta privilegiata alcuna pista”

Ma la lista di sospettati responsabili dell’organizzazione e della realizzazione dell’attentato depositata in procura è più lunga. I nomi in due fascicoli: uno sul movimento anarco-insurrezionalista, molto attivo a Genova, e l’altro relativo all’attività del gruppo di brigatisti decapitato, in Liguria e a Genova, con gli arresti di Gianfranco Zoia e Massimo Porcile. Si tratterebbe di persone che in questi tre anni si sono ricompattate, ponendosi come obiettivo la realizzazione di un gesto eclatante. Si concentra dunque su Genova il lavoro degli inquirenti, e su un ristretto nucleo di persone che avrebbe partecipato ad azioni di piazza di matrice anarchica ma pronto a fare il salto di qualità armandosi e puntando ad altri obiettivi. Il modus operandi, spiegano fonti della sicurezza confidenziali, è chiaramente brigatista, ma si ritiene improbabile che dietro l’azione genovese ci sia un’organizzazione strutturata. L’ipotesi, insomma, è che si tratti di emuli delle Brigate Rosse che vogliono rilanciare la lotta armata. Gli investigatori però ritengono l’assenza di una rivendicazione sia un’anomalia.

Dal 1999 un nuovo gruppo di lotta armata, le cosiddette Nuove Brigate Rosse, si rese responsabile degli omicidi di Massimo D’Antona a Roma nel 1999 e di Marco Biagi nel 2002 a Bologna. Il gruppo, costituito tra gli altri da Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, è stato smantellato nel 2003 a seguito degli arresti di questi, azione che è costata la vita al sovrintendente della Polizia Ferroviaria Emanuele Petri. Nel giugno 2009, durante una perquisizione condotta dalla Digos a casa di Renato Porcile, a Roma, viene rinvenuto un documento di risoluzione strategica delle Nuove BR. Nel documento, tra le altre cose si indicano, come obiettivi dell’organizzazione, quello di “individuare e colpire il personale politico economico e militare dell’imperialismo e delle sue strutture; individuare e colpire il personale politico economico e militare del progetto di ristrutturazione dello Stato e le sue articolazioni; Guerra alla guerra imperialista”, prefigurando così uno spostamento dell’attenzione, del gruppo terroristico, dal mondo del lavoro a quello politico-internazionale.

L’altro filone d’indagine è quello che si focalizza sul business. Una strada che porta verso l’Est Europa. Ansaldo Nucleare, infatti, è andata a vendere il know how su manutenzione dei componenti e gestione dei rifiuti radioattivi in Romania, Ucraina, Estonia, Russia. Settore dove esistono dispute non da poco, in particolare per quanto riguarda la gestione di appalti e subappalti locali. Proprio la pistola potrebbe sostenere questa tesi: di Tokarev ne girano a migliaia tra le mafie albanesi e balcaniche. Questa è una delle ipotesi, alle quali stanno lavorando gli inquirenti ed i servizi segreti. Lo si apprende da alcuni commissari, al termine dell’audizione del direttore dell’Aisi (i servizi di intelligence), Giorgio Piccirillo, al Copasir. Dagli 007, emerge anche la completa assenza di un nesso fra l’attentato ad Adinolfi e quello ad Alberto Musy, ferito da 5 colpi di pistola il 21 marzo scorso a Torino. I servizi – riferiscono alcuni commissari – ritengono che per Musy l’ipotesi piu’ accreditata sia quella della pista passionale e non quella terroristica.