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Crolla Bankia e la Spagna scopre di essere sull’orlo di una terribile crisi bancaria

Ipotesi di nazionalizzazione per l'istituto dall'ex capo del Fondo monetario Rodrigo Rato. Ai contribuenti spagnoli rischia di arrivare un conto di 10 miliardi. Lo scoppio della bolla immobiliare ora travolge la finanza

Questa volta è vero allarme rosso. Sprofonda sotto il peso degli attivi tossici Bankia, l’istituto di credito che controlla il dieci per cento dei depositi spagnoli. E per scongiurare una bancarotta che potrebbe portare l’intero paese sull’orlo del crack finanziario, il governo di Mariano Rajoy è costretto a correre ai ripari con una terapia d’urto nella quale ad alcuni punti fermi si accavallano pericolose indiscrezioni incontrollate. Nessuna conferma, almeno per il momento, all’informazione anticipata dal sito El Confidencial che anticipava l’imminente nazionalizzazione dell’istituto, nato due anni fa dalla fusione tra Caja MadridBancaja e altre cinque piccole casse di risparmio e quotato in Borsa dal luglio dello scorso anno. Un’operazione che ha finito per rivelarsi fallimentare per la miscela esplosiva tra una cattiva gestione, le scarse entrate e l’eccessiva esposizione ai crediti del settore delle costruzioni entrato in crisi a partire dal 2008.

Il risultato è che, da quando Bankia è quotata alla Borsa di Madrid, il valore delle sue azioni si è ridotto di oltre il 40 per cento, da 3,75 a circa 2 euro. Con un totale di 31 miliardi e 800 milioni di attivi immobiliari problematici, questa banca è considerata l’anello più debole di un sistema finanziario già in sofferenza come quello spagnolo. A lanciare l’allarme è stato, con una mossa che non ha precedenti, lo stesso Fondo Monetario Internazionale, in un rapporto che a detta di diversi osservatori è direttamente ispirato dal ministero dell’Economia spagnolo. In sostanza, si tratterebbe di una scelta strategica che dovrebbe facilitare l’adozione di una soluzione drastica e immediata. La prima conseguenza dell’avvertimento dell’Fmi è stata l’uscita di scena forzata dell’attuale presidente di Bankia, Rodrigo Rato, imposta lunedì dal governo dopo una breve e drammatica trattativa. Il caso vuole che il manager messo alla porta senza tanti complimenti sia proprio l’ex direttore del Fondo (predecessore nell’incarico di Dominique Strauss-Kahn). Ma non solo. Rato, compagno di partito di Rajoy, è stato vice-premier economico ai tempi del governo di José Maria Aznar. A lungo venne indicato come il possibile successore designato del presidente quando l’allora leader della destra annunciò nel 2004 il ritiro dall’attività politica. Ma alla fine Aznar gli preferì proprio Rajoy.

A questo punto, non è un mistero che la sua uscita di scena pilotata sia direttamente legata alla sua appartenenza politica: per salvare Bankia avrebbe infatti pensato a un’iniezione di fondi da un minimo di 7 fino a un massimo di 10 miliardi di euro. Un’operazione destinata in ogni caso a suscitare polemiche, ma che risulterebbe molto più imbarazzante se ai vertici dell’istituto ci fosse un autorevole compagno di partito di Rajoy quale è appunto Rato. Il capo dell’esecutivo ha così accettato dallo stesso presidente uscente un “suggerimento” sul nome del successore: si tratta di José Ignacio Goirigolzarri, ex amministratore delegato del Bbva, che andò in pensione nel 2009 con una liquidazione di 68,7 milioni di euro. Ce n’è abbastanza, insomma, per riaccendere la fiamma della polemica su un settore, come quello bancario, che continua a ricevere ricche sovvenzioni mentre il governo applica implacabile la scure sullo stato sociale. Se è vero che Bankia verrà salvata con un aiuto di 10 miliardi di euro, si tratta proprio della stessa cifra a cui ammontano i tagli alla sanità e all’educazione annunciati nelle scorse settimane. E’ per questo che, mentre i socialisti criticano la gestione fallimentare della banca, il gruppo della sinistra parlamentare Izquierda Unida chiede che si opti per la nazionalizzazione dell’istituto. Come sempre, a rischiare di più sono i risparmiatori. Sono garantiti solo i depositi fino ai 100mila euro. In caso di bancarotta, si rischia un “corralito” sul modello della crisi argentina di dieci anni fa.