Cultura

Le lezioni in inglese che ci rendono meno colti

Lingua Frankensteina. E’ così che il linguista inglese Robert Phillipson definisce oggi l’inglese, lanciando un grido d’allarme sulla presunta potenza unificatrice di quella che è considerata la lingua franca della modernità. La diffusione dell’inglese sta infatti producendo mostri linguistici che anziché alimentarle potrebbero soffocare intere culture.

La moda dilagante di convertire all’inglese l’insegnamento di molte università rischia infatti di provocare molti più danni che benefici. Oggi in Italia anche il Politecnico di Milano segue l’esempio di quello di Torino e istituisce corsi in lingua inglese, avviandosi sulla strada di un inesorabile impoverimento culturale che ha già colpito altrove nel mondo. Siccome sarà impossibile reclutare solo insegnanti di madrelingua, molti professori italiani si dovranno mettere a insegnare in una lingua che non è la loro lingua madre e nella quale, per quanto bene possano saperla, non avranno mai l’eloquenza e la chiarezza dell’italiano. Di conseguenza il sapere che saranno capaci di trasmettere sarà azzoppato, limitato, espresso in una lingua povera e bassa. Si creerà così il paradosso di italiani che parlano male in inglese ad altri italiani che lo capiranno male. Quale valore aggiunto può scaturire da una simile assurdità?

E anche se, malgrado i costi enormi, le università italiane riuscissero a reclutare solo insegnanti di madrelingua, l’effetto negativo sarà uguale ma opposto: poiché si userà solo l’inglese, non si svilupperanno più in italiano ricerche e studi, la lingua perderà la capacità di ragionare e riflettere sugli argomenti della modernità, non solo tecnologica e scientifica. Insomma, non avremo più le parole per dire quello che di nuovo si scopre e si inventa. In più, è risaputo che lo studio in una lingua straniera riduce il rendimento degli studenti che, come gli insegnanti sono costretti a elaborare il loro pensiero fuori dalla lingua madre. Tutto questo è già stato osservato in molti paesi africani, dove il colonialismo ha lasciato l’uso dell’insegnamento in una delle ex lingue coloniali, a scapito della lingua madre degli studenti, considerata lingua minore, arretrata e primitiva.

Si presumeva che questo avrebbe messo gli studenti africani allo stesso livello di quelli europei. Non è così. Oggi esistono fior di ricerche che smentiscono ogni beneficio dell’insegnamento esclusivo in una lingua straniera, tranne in condizioni di bilinguismo preesistente. Infatti nelle scuole della Tanzania oggi si sta cambiando strategia. Si è scoperto che l’insegnamento in Swahili, non solo aumenta il rendimento degli studenti, rendendoli competitivi rispetto ai loro colleghi di altri continenti, ma arricchisce la lingua dei concetti e della terminologia necessari per stare al passo coi tempi. Per concludere, la conoscenza dell’inglese è senz’altro una necessità del mondo moderno.

La ricerca scientifica, la diffusione delle conoscenze, la comunicazione internazionale si fa in inglese e l’università è la prima a doversi aprire a quest’uso. Ma senza chiudere la porta alla lingua madre, che è quella che ci dà la capacità di astrazione, strumento essenziale del pensiero e della conoscenza. L’eliminazione della lingua madre da determinati settori della vita di un paese, può minacciare la coesione sociale e la vitalità di una lingua, creando nella nostra società una nuova divisione per ceti linguistici. La giusta via è un corretto multilinguismo, insegnato in modo coerente fin dal’infanzia e dalla scuola pubblica. Solo così ogni individuo avrà sufficiente padronanza di almeno due lingue e potrà anche affrontare studi superiori in una lingua straniera, cogliendo in modo equilibrato ogni opportunità che offre la globalizzazione senza perdere la propria cultura.