Cinema

La crisi nell’opera prima di Corapi

Dire a un giovane regista di amare l’Italia è dura, non si può amarla in questo momento e ciò emerge dal nostro cinema”, parola di Ettore Scola. Se per il grande regista la causa della decadenza dell’industria cinematografica è strettamente legata ad una giustificabile mancanza di amore per il Paese, due film, usciti a poche settimane di distanza, riflettono nelle loro storie quella medesima crisi a monte di tutto. Sono L’industriale di Giuliano Montaldo e Sulla strada di casa di Emiliano Corapi, distribuito da ieri nelle sale da Iris Film in una manciata di copie, pellicole diverse per mille evidenti aspetti, ma dentro alle quali pulsa la stessa voglia di parlare della pessima congiuntura economica degli ultimi anni, degli imprenditori travolti dal fallimento, del denaro che brucia.

In entrambi i titoli, il piglio da cinema civile che dà l’avvio  si mischia, più gradualmente in Montaldo rispetto a Corapi, ad una struttura da disperatissimo cinema nero. E non c’è certo da stupirsi, considerando quanto il genere di James Cagney e Edward G. Robinson sia legato al sociale sin dagli albori. La spiegazione del resto è semplicissima: in contingenze tanto disperate risulta quasi impossibile rimanere moralmente integri. L’unica possibilità dunque è quella di cercare di restare a galla come meglio si può, nascondendosi dietro a un muro di menzogne, fingendo di essere altro da sé, arrivando inevitabilmente al punto in cui la disperazione si muta in crimine.

Costato nemmeno 300 mila euro, Sulla strada di casa è un film piccolo, ma dignitosissimo, essenziale nel descrivere una disperazione che investe l’Italia tutta, dalla provincia di Genova a Reggio Calabria, estremità di un tragitto compiuto col cuore in gola da due uomini vinti in un contesto disumano. Interpretato dal romano Vinicio Marchioni, cui ben riesce l’accento ligure, Alberto è un uomo che non vuole chiudere i battenti della sua fabbrica, che non ascolta i consigli dell’amico industriale per cui la soluzione sarebbe dichiarare fallimento (“Qui ti ammazzano di tasse e sei obbligato a tenere dipendenti che non fanno un c…!”) e per questo ammirato da una moglie affettuosa e forse davvero un po’ ingenua; Daniele Liotti, invece, è il credibile Sergio, per molti aspetti simile al primo, cui spetta il compito di chiudere la storia con un finale all’altezza.

Donatella Finocchiaro, Claudia Pandolfi, Massimo Popolizio e Fabrizio Rongione danno lustro nonostante il budget all’osso di un’opera prima riuscita. E dunque amorevole verso una nazione che pure mostra in ginocchio.