Società

Dal ’92 ad oggi, tra garantisti e ladroni

La corruzione generale, uno dei sette mali capitali che ci affliggono e a cui dobbiamo ribellarci senza nessun tentennamento e prima che sia troppo tardi. E’ il messaggio che instancabilmente e contro “il muro di gomma” degli accomodanti trasversali e minimalisti in tema di etica pubblica, ci ha lasciato Giorgio Bocca, nelle sue più recenti interviste e nel libro postumo Grazie, No.

Bocca non ha mai avuto timore di raccontare i fatti,  di ripetere le stesse cose e di farlo in modo tale da non dare adito a fraintendimenti; forse è per questo che tra “le 7 idee che non dobbiamo accettare” ha incluso non a caso La fine del giornalismo e La lingua impura. Lui infatti ha usato sempre parole purissime e taglienti per stigmatizzare sia “la dazione ambientale” di Tangentopoli sia la ruberia impazzita da fine regime berlusconiano dove “la corruzione dilaga a tal punto che c’è gente che ruba senza nemmeno sapere il perché” come ha detto testualmente nella bellissima intervista rilasciata a Marco Travaglio in occasione dell’uscita del suo penultimo libro Annus Horribilis.

Ma è stato da subito altrettanto vigile ed impietoso, a costo di rendersi la vita decisamente “più complicata” , nel segnalare e stigmatizzare “il garantismo all’italiana” che si è manifestato quasi subito, appena la classe dirigente di questo Paese ha cominciato a vedere in Mani Pulite il rischio di un autentico e scomodo cambiamento nel segno della trasparenza e della legalità.

Già il primo dicembre del ’92 Bocca scriveva un commento intitolato Ma quanti garantisti per questi ladroni che iniziava testualmente: “Come da sicura previsione: qualcuno si è già stancato dei giudici di Mani Pulite. Ma che si credono questi giudici ‘rambo’, questi intoccabili?” In quasi totale solitudine il giornalista che aveva colto come nessun altro l’isolamento  di chi in questo paese fa al meglio la propria parte, dal generale Dalla Chiesa ad Enrico Berlinguer, capisce e segnala che “i magistrati che non guardano in faccia nessuno” cominciano “ad infastidire molto presto”. Infatti siamo solo ai prodromi della campagna mediatica organizzata contro il pool di Milano, prima che i magistrati venissero accusati di “aver usato due pesi e due misure” , “metodi da giustizia sommaria”, “accanimento giudiziario”; prima che la stagione dei dossier e del “poker d’assi contro Di Pietro” diventasse una regola per la politica.

Già da allora quello che non convince Bocca è “l’opportunismo temporale” di questo garantismo bipartisan che si sarebbe ipertrofizzato di anno in anno in modo direttamente proporzionale all’entità sempre più cospicua degli interessi, dei privilegi, delle complicità trasversali. E a proposito del  sostanziale appiattimento sul garantismo dell’impunità del maggiore partito della sinistra, alle prese da ultimo con il caso-sistema Penati, il giornalista partigiano ha forse usato fino all’ultima intervista concessa a Il Fatto i toni più indignati.

Quanto la corruzione rimanga per l’Italia un male assoluto l’ha ribadito in questi stessi giorni Francesco Greco che la considera insieme all’evasione “la prima causa del declino italiano e della sua crescita zero;  un’emergenza da affrontare con la stessa urgenza della manovra economica”. E gli ha fatto eco il presidente della corte dei Conti Giampaolino denunciando la mancanza di una lotta di sistema e “l’assenza di un reale, profondo, sostanziale rivolgimento morale.”

Da quel lontano dicembre del ’92 quando Giorgio Bocca denunciava l’inizio di una restaurazione dell’illegalità e del sopruso sono trascorsi ben diciannove anni. “La trasparenza ed il contrasto alle cricche” richiamati da Francesco Greco ancora latitano, mentre la corruzione dilaga ed il declino del paese può trasformarsi in qualsiasi momento in rovina totale.