Tra le altre cose a proposito del “caso Penati” Giorgio Bocca nell’intervista al Fatto di qualche giorno fa dice testualmente “non conosco oggi un politico che sia stimabile come persona privata” e aggiunge di vedere con timore la possibilità di “un golpe dell’intera classe dirigente per non andare in galera…”

Solo per inciso va segnalato che quando è stata rilasciata l’ intervista i cosiddetti guai giudiziari dell’uomo simbolo della riscossa in del Pd in Lombardia, campione di un sistema nazionale più che esponente locale, non includevano ancora lo status di indagato in concorso in corruzione per l’ affare Serravalle

Un’operazione risalente al 2005, dunque non ancora coperta da prescrizione, con la quale incredibilmente la provincia di Milano sotto la presidenza di Filippo Penati acquista a un prezzo triplicato rispetto al valore di mercato il 15% dell’autostrada Milano-Serravalle: beneficiario il gruppo di Marcellino Gavio che con una parte consistente di quelle plusvalenza sostiene nell’estate dei furbetti la scalata di Unipol alla Bnl.

Naturalmente il gruppo Gavio era già attivo ai tempi di quella che ormai, sotto l’onda d’urto dei quella attuale, viene definita “la prima Tangentopoli” ed era già stato condannato nel ’92/’93 per aver finanziato illegalmente il Pci tramite il compagno “inimitabile”, per la fedeltà alla causa, Primo Greganti.

Come è noto il partito di Filippo Penati ha rivendicato come una scelta di grande coraggio e di estrema coerenza la sospensione fino a sentenza dal partito dell’uomo che è stato tra l’altro coordinatore della segreteria dell’attuale segretario, e ritiene in tal modo di aver risposto adeguatamente alle domande di chi si chiede, come fa anche Nando Dalla Chiesa, perché si debba per forza arrivare sempre alla magistratura e perché non si predispongano gli “anticorpi interni”.

Ma forse, temo, il problema dei problemi è capire se questi anticorpi ci sono e se ci sono mai stati. Personalmente potrei testimoniare che già nel 2001/2002 l’aria che circolava nelle sedi cittadine milanesi del partito non era propriamente quella della trasparenza, della legalità, della difesa della magistratura dagli attacchi del potere politico.

A una presentazione di Mani pulite, la vera storia (libro di Barbacetto, Gomez e Travaglio) in un circolo di Brera, con gli autori e diversi politici milanesi tra cui appunto Filippo Penati, fu una gara a prendere le distanze da Mani Pulite, a mettere in guardia contro l’interventismo dei magistrati, a denunciare i cosiddetti eccessi del pool di Milano e a confondere volutamente i patteggiamenti con le assoluzioni, per concludere che l’inchiesta aveva condannato i partiti ma non i presunti corrotti.

A un decennio di distanza si può comprendere meglio, e purtroppo senza fare dietrologia, come quel malinteso garantismo fosse strumentale a diffondere una cultura dell’illegalità necessaria per continuare ad avere le mani libere. Gli effetti sulla politica, sul paese reale, sulla credibilità delle istituzioni sono sotto gli occhi di tutti e “i rimedi” pure.