Giustizia & Impunità

Catania vale la pena, <br>si può fare

La statua della Giustizia a Catania fronteggia quella dei poveri pescatori, i Malavoglia, che sono un po’ il cuore nascosto della città. Loro a guadagnarsi il pane su una barchetta, cercando di sopravvivere a mare e mafiosi – i quali da molto tempo non hanno più la coppola, ma il cappello elegante dell’uomo d’affari o del politico in carriera. E lei a guardarli severamente, con uno sguardo che si fa sempre più assente man mano che dalla piazza di fronte s’inoltra nei palazzi del centro direzionale.

Ed è così da sempre, senza speranza. Mentre a Palermo il Palazzo di giustizia si rinnovava, esprimeva i Falcone, i Chinnici, i Caponnetto, i Borsellino, a Catania era sempre lo stesso, di trenta, di cinquanta o di cent’anni fa. Ogni tanto polemiche, guerre ad armi cortesi, con gran cannonate a polvere che non fanno male a nessuno. E intanto la città moriva.

Catania è la città d’Europa con la più alta criminalità minorile. Al centunesimo posto nelle classifiche di vivibilità dei centotrè capoluoghi italiani. La mafia più potente, i quartieri più abbandonati. La disoccupazione più alta, le ricchezze più dilaganti. Bottegai che falliscono, e il record nazionale dei centri comerciali. Una delle più alte storie del giornalismo italiano (Giuseppe Fava) ma un solo giornale ammesso.

Una città che si aggrega intorno a periodici grandi affari – ieri lo sventramento e Viale Africa, oggi Corso dei Martiri – che sono gli unici scopi d’esistere della sua classe dirigente.

Una città assassinata, una città senza giustizia.

Eppure, in questa città, s’è combattuto e si lotta per la giustizia. La giustizia nella società (i poveri centri sociali, l’Experia, il Gapa, i poveri preti di quartiere, i padre Greco) la giustizia dell’istruzione (ogni decina d’anni sorge un nuovo movimento di ragazzi), la giustizia dell’informazione libera (I Siciliani e tutti quelli che li hanno continuati). Ma il potere rimane duro, inossidabile, divoratore di tutto. Perché non ha mai avuto, ed è sicuro che non avrà mai, sanzioni.

Vediamo se questo adesso cambierà. Intanto, il segnale è forte. Nel più importante palazzo, adesso, c’è uno che non ha amici o nemici fra i baroni. Uno che conosce Catania solo ed esclusivamente attraverso la legge. Se il gioco – adesso – avrà delle regole, nessuno può prevedere chi vincerà. Persino i poveri e le persone perbene potrebbero arrivare a vincere, in una partita non truccata.

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Ecco, si comincia ora. Ce n’è voluto, per arrivarci. La storia del giudice esterno non era affatto scontata, si sono mobilitate le forze – per impedirla – di tutti i poteri forti della città. Eppure, non gli è riuscito.

Il merito va a gente come il vecchio giudice Scidà, testardissimo, che da più di dieci anni va chiedendo un procuratore estraneo ai poteri catanesi; va ai giornalisti disinteressati che hanno avuto il coraggio di denunciare il Palazzo (e qui è giusto far dei nomi: Finocchiaro, Giustolisi e pochissimi altri); va alle associazioni della società civile che hanno preso posizione (chi prima, chi dopo, ma non importa…).

Va a ragazzi come quelli della Fondazione Fava di Palazzolo, il paese di Giuseppe Fava, che nel loro convegno a gennaio hanno avuto il coraggio di lasciar presentare le prove fotografiche che inchiodavano il malcostume del Palazzo.

Per questo sono stati accusati di essre degli “antimafiosi da salotto”; altri, fra cui il sottoscritto, dei “cattivi maestri”; al più pericoloso di tutti, Scidà, sono toccate le calunnie peggiori, mobilitando giornali grossi e giornalisti importanti.

E tutto è scivolato via come doveva, senza lasciare traccia, impotentemente.

La verità è contagiosa, ed è un duro compito (anche se ben retribuito) cercare di nasconderla perché non conviene.

La verità, il buon senso, l’ostinazione dei pochi, a lungo andare vincono, e non potevano non vincere anche in questo battaglia. L’informazione povera, e libera, l’ha affrontato da sola, senza contare su nessun potere; e alla fine è riuscita a vincere, a fare un bel regalo alla città.

Ecco, l’insegnamento è questo: vale la pena, si può fare. Persino cose “impossibili” – tipo i Siciliani – possono funzionare, con questo metodo. Verità, buon senso, e forza di volontà. E fra un mese cominceremo a vedere se è vero.

Per conoscere meglio Riccardo Orioles: www.ucuntu.org