Cultura

Italia-Svizzera, andata & ritorno

Correva il 2000, vivevo a New York e volai a Torino dove Marco Travaglio mi accolse con un “Beato te, che non vivi più in questo paese!”.

Motivi familiari mi costrinsero a ritornare in patria (sic!) dove purtroppo e per gli stessi motivi, sono costretto a risiedere ancora adesso, pur augurandomi di non doverci chiudere per sempre gli occhi.

Due giorni fa, il 12 maggio, ero tra gli invitati alla Kunsthaus di Zurigo, in occasione della presentazione di Beuys Voice, un tomo di 1000 pagine edito da Electa che Lucrezia de Domizio Durini, una delle rare mecenati italiane rimaste, ha voluto dedicare al grande artista tedesco. Quarant’anni di lavoro durante i quali LDD ha raccolto una collezione di valore culturale & patrimoniale riconosciuti nel mondo, e che per l’occasione ha deciso di donare al prestigioso museo svizzero, che la esporrà fino al 14 agosto.

Lucrezia, una donna minuta con una determinazione inversamente proporzionale alla sua complessione, nella sua prolusione al cospetto del ghota del mondo dell’arte e della finanza internazionali, ha sintetizzato la figura di Joseph Beuys artista di fama internazionale, ma anche sciamano, educatore, filosofo, leader e soprattutto profeta della Difesa della Natura, che per il maestro di Dusseldorf significava difesa dell’uomo, dei suoi valori e della sua creatività.

Alla fine della prolusione, tra l’ovazione del pubblico e la commozione dei responsabili del museo – da Felix Baumann, storico ex direttore della Kunsthause, all’attuale direttore Christoph Becker e del curatore Tobia Bezzolla – tra gli spot delle emittenti e i flash dei fotografi, LDD ha aggiunto: “Beuys amò molto l’Italia ma l’Italia non lo ha ricambiato”.

Con ciò LDD non si riferiva agli italiani in senso lato ma alle nostre istituzioni, ai musei e soprattutto ai politici i quali, oltre a non concederle nemmeno il contributo dell’ascolto, hanno frapposto alla sua inesausta iniziativa l’annosa burocrazia associata all’ignoranza e all’incompetenza, alla corruzione e all’omissione.

“Lo sai o no – mi dice a quattr’occhi LDD accennando alle altisonanti sigle dei musei italiani che hanno rifiutato la sua donazione – che manco rispondono alle lettere che gli mandi?”

Come ben sanno tutti coloro che si avventurano nei meandri per lo più oscuri dell’arte contemporanea italiota. Come so anch’io che tra l’altro promuovo un’artista italiana storica, tra l’omertoso silenzio delle istituzioni italiote  nei confronti del riconoscimento della stessa artista da parte della Vaf, una prestigiosa fondazione tedesca che sta riportando alla luce intere correnti artistiche italiane del ‘900, seppellite dalla critica così/detta militante. Come ben sa Alfonso Panzetta direttore de il Cassero, piccolo ma prestigioso museo della città di Montevarchi dedicato alla scultura, il quale mi cita il caso della donazione di una collezione di consistente valore anche patrimoniale, rifiutata dal museo nazionale di turno.

Musei che – a parte eccezioni come per esempio il Mart di Rovereto o il Museion di Bolzano e poche altre – sono per lo più dediti alla conservazione del contenitore, cioè di sé stessi, piuttosto che ai contenuti, cioè agli artisti da preservare e da presentare al pubblico.

Fiere mercato di scarsa rilevanza e risonanza nel circuito internazionale dell’arte, ma anche per volume d’affari & via discorrendo. Basti pensare che il Miart di quest’ultima edizione, a fronte dei ragguardevoli costi di partecipazione, non forniva il wireless…

Una critica asfissiata dai soliti gatekeepers – guardiani di accesso – ergo Achilli Bolliti e Germani Celant tronfi & Sgarbati i quali:“con le loro devastanti omissioni rischiano di farci riscrivere non la storia ma la preistoria dell’arte italiana del ‘900, ridotta alle loro interessate logiche di mercato” – come precisa un altro direttore di un museo che non vuol essere citato.

Città d’arte così/dette afflitte da pletorici poli museali come quello della mia Firenze, sprovvista dai tempi del Rinascimento di un museo di arte moderna & contemporanea e ormai ridotta a “cimitero extra-urbano” – come stigmatizza Marco Scotini, direttore del Naba, l’eccellente Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano.

Curatori a pagamento come i musei dei quali dovrebbero essere al servizio, anch’essi alla mercé di “autori e sponsor che acquistano per 100-150mila euro spazi espositivi apparentemente sacri e intoccabili e che il grande pubblico immagina ottenuti dopo severe selezioni qualitative – come premette e conclude Giancarlo Politi su Flash Art dello scorso aprile – sono molto amareggiato e depresso perché qui in Italia siamo sempre più asfissiati dalla politica corrotta e incompetente, dalla quale non riusciremo mai più a sottrarci”.

L’Italia consta, come ha rilevato il Fatto Quotidiano, di un milione e mezzo di politici, senza considerare l’indotto – mi dico risalendo sul treno del ritorno con le lacrime agli occhi…