
La storia della campionessa americana del pattinaggio artistico, finita in una clinica per disturbi alimentari e depressione prima di trovare la strada per gestire pressioni e stress. Con le sue battaglie è diventata anche un simbolo della comunità LGBTQ+
Per anni Amber Glenn ha inseguito un sogno che sembrava sempre sul punto di sfuggirle, senza immaginare di poter entrare nella storia del pattinaggio artistico statunitense con tre titoli nazionali consecutivi. Oggi è la prima americana a riuscirci dai tempi di Michelle Kwan, nel 2000. Un traguardo che la inserisce in una tradizione prestigiosa, ma che racconta soprattutto una trasformazione personale: quella di un’atleta capace di convertire fragilità, pressione e paura in forza consapevole.
Sul ghiaccio, Glenn incarna un equilibrio raro tra potenza e precisione. I suoi salti sono netti e sicuri, e il triplo axel – una delle figure più complesse del pattinaggio femminile – è diventato il suo marchio di fabbrica: tre rotazioni e mezzo sospese in aria, concluse da un atterraggio pulito e silenzioso. Chiuse questo trick per la prima volta durante la pandemia. Osservando le giapponesi e le russe dominarlo, Glenn decise di osare. Studiò video, perfezionò tecnica e preparazione fisica. Quando lo completò per la prima volta rimase incredula, chiedendo subito di riprovarci per essere certa che non fosse un caso.
Dietro questa solidità, però, si nasconde una storia di inquietudine e lotta interiore. Ha iniziato a pattinare a cinque anni, in Texas, dopo aver abbandonato il calcio perché “il caldo era insopportabile”, ha raccontato alla rivista Time. La pista di ghiaccio divenne il suo rifugio: le lezioni per principianti, i coni arancioni che dividevano le atlete per livelli, la musica che riempiva l’aria. Fu subito amore. A otto anni gareggiava già ai campionati nazionali juniores. Il suo talento cresceva rapidamente, sostenuto dai sacrifici familiari: il padre, sergente di polizia, faceva turni extra per finanziare allenamenti e lezioni. La madre trascorreva intere giornate in pista aiutando altri bambini e supportando la figlia. Ogni progresso era il frutto di un impegno collettivo. Con la pubertà arrivarono però le difficoltà.
Il corpo che cambiava, l’equilibrio che si alterava, e soprattutto un’ansia crescente alimentata da uno sport che giudica ogni dettaglio: fisico, costume, sorriso, grazia. L’ideale della “principessa del ghiaccio”, pesava sulle giovani atlete. Glenn sentiva di non corrispondere a quell’immagine e la pressione aumentava, anche per i sacrifici della famiglia. In un ambiente competitivo e spesso tossico, con confronti continui tra compagne, le gare locali diventavano “questioni di vita o di morte”. L’ansia si trasformò in disturbo alimentare, poi in depressione. A sedici anni toccò il fondo: non mangiava, non dormiva, non vedeva futuro. Si sentiva fuori posto sia tra le atlete d’élite sia nella vita delle coetanee.
Un’amica intuì la gravità della situazione e ne parlò ai suoi genitori. Compresero che non si trattava solo di stress sportivo. Glenn accettò di fermarsi e trascorse una settimana in una struttura di degenza, lontana dal ghiaccio e con la paura di non tornarci più. Quella pausa fu invece decisiva. In terapia imparò tecniche di respirazione per gestire la sensazione di “lotta o rinuncia” che la travolgeva in gara. Con la psicologia sportiva ricostruì la fiducia. In seguito si affidò anche al neurofeedback, allenando il cervello a riconoscere e regolare i propri stati mentali per entrare in una condizione di flusso. “Credici e respira” divenne il suo mantra.
Nel 2022 si trasferì a Colorado Springs per allenarsi all’US Olympic and Paralympic Training Center, cercando un nuovo inizio alle proprie condizioni. E con l’allenatore Damon Allen prese il controllo della propria carriera. I risultati arrivarono presto: una stagione da imbattuta, poi il secondo e il terzo titolo nazionale consecutivo, oltre a medaglie nel circuito del Grand Prix. Ma oggi Glenn non è solo un’atleta, è anche un simbolo. È la prima campionessa statunitense apertamente LGBTQ+ e la prima pattinatrice queer a rappresentare gli Stati Uniti ai Giochi. Da adolescente, in Texas, si sentiva diversa; fece coming out con la sorella e poi pubblicamente, scegliendo di usare la propria voce nonostante chi le suggeriva di “limitarsi a pattinare”. Per lei, lo sport non è separato dalle questioni sociali.
L’8 febbraio ha esordito ai Giochi di Milano-Cortina 2026 contribuendo all’oro degli Stati Uniti nella gara a squadre. Oggi, 17 febbraio, torna nel singolo femminile. Accanto a sé avrà la famiglia e il suo team di supporto, ma soprattutto porterà con sé quel promemoria invisibile che l’ha salvata: “respirare”. Nel suo mondo non esiste più l’ideale irraggiungibile della principessa perfetta, ma l’obiettivo concreto di essere un’atleta migliore e una persona autentica.