Calcio

Ti ricordi… Mathias Sindelar, talento austriaco che rifiutò di giocare con la Germania nazista ai Mondiali

Segnò due gol nella partita della "riunificazione" che doveva finire in pareggio: a gennaio 1939 fu trovato morto nel suo appartamento di Vienna

Lo sport è propaganda. E laddove la propaganda è strutturale, come nel regime nazista, l’organizzazione di grandi eventi sportivi diventano una gigantesca operazione d’immagine. Novant’anni prima di Milano-Cortina c’erano le Olimpiadi di Garmisch, antipasto invernale di quelle che si sarebbero poi tenute a Berlino. Si vuol mostrare una Germania moderna, ordinata, pacifica e così via. E poi dalle Olimpiadi ai Mondiali, da vincere, ovviamente, con i più grandi calciatori a disposizione. Che non siano tedeschi poi, è un dettaglio.

Non era tedesco Mathias Sindelar, nato Matej in Moravia nel 1903, oggi Repubblica Ceca, da famiglia operaia che per trovare condizioni migliori si trasferisce a Vienna, in Austria. A Mathias piace il calcio, ma è un epoca in cui correre dietro a un pallone è un lusso da abbandonare presto, specie se papà Jan muore nel 1917 nella battaglia dell’Isonzo. Il ragazzo perciò comincia a fare l’operaio, il commesso, tutto pur di aiutare la famiglia, non rinunciando a qualche partita in strada con gli amici. Scalzo. Sì, perché le scarpe costano: lui ne ha un solo paio e non può rovinarle. Ma mentre gioca in strada lo nota il suo insegnante, lo porta all’Herta Vienna: è troppo magro e lo chiamano “carta velina”, ma è fortissimo, le sue finte sono una maledizione per gli avversari e ha intelligenza fuori dal comune nel vedere compagni e spiragli dove infilarsi o infilarci il pallone.

Dopo essere cresciuto e aver superato alcuni infortuni passa all’Austria Vienna (all’epoca Amateure di Vienna), dove diventerà uno degli idoli della tifoseria e non solo: negli anni trenta Sindelar era paragonabile a ciò che nell’ultimo decennio sono stati Messi, Ronaldo o Mbappé. Ovviamente diventa un punto fermo della nazionale, dove però entra in rotta di collisione con il Ct Meisl, che si ritrova addirittura coinvolto in una rissa da bar con giornalisti e non solo che gli chiedono di far tornare Sindelar in nazionale. Permesso accordato: Sindelar partecipa ai Mondiali del 1934 con l’Austria che si classifica quarta, e intanto ha attirato su di sé gli occhi del regime.

L’Anschluss (l’annessione dell’Austria alla Germania Nazista) del marzo 1938 cambia tutto. L’Austria cessa di esistere come Stato indipendente e anche il calcio viene inglobato nella macchina del Reich. Il Wunderteam austriaco è un ricordo romantico, la federazione viene sciolta, i migliori talenti devono confluire nella Großdeutschland che si presenterà ai Mondiali di Francia come vetrina della nuova potenza tedesca. E tra quei talenti ce n’è uno che più di tutti fa gola alla propaganda: Mathias Sindelar. Tecnica, fama internazionale, volto pulito, carisma. Il centravanti perfetto da esibire come simbolo dell’unità ritrovata. Che sia nato Matej in Moravia conta poco: ora è ariano austriaco, dunque utile alla causa.

La Germania vuole farne la stella del 1938. Il calcio, come le Olimpiadi di due anni prima, deve raccontare una storia precisa: efficienza, superiorità, destino. Vincere non è solo sport, è dimostrazione ideologica. Prima del Mondiale, però, c’è una partita che vale più di un trofeo. Il 3 aprile 1938, a Vienna, si gioca l’incontro celebrativo della “riunificazione” tra Austria e Germania. Una recita concordata, nelle intenzioni: meglio un pareggio, meglio una fotografia armoniosa per i cinegiornali del Reich. In campo, però, c’è Sindelar. E Sindelar non recita. Segna. Segna davvero. E dopo il gol, secondo la versione consegnata alla leggenda, corre sotto la tribuna delle autorità naziste e festeggia con plateale ironia, quasi a sfidare gli sguardi in uniforme. L’Austria vince 2-0. Non era previsto. Non così.

Pochi mesi dopo arriva il rifiuto di vestire stabilmente la maglia tedesca ai Mondiali. Ufficialmente problemi fisici, l’età che avanza, acciacchi. Ufficiosamente altro. Sindelar non è un rivoluzionario, non è un politico, ma è un uomo libero in un tempo che chiede obbedienza. E tanto basta. Il 23 gennaio 1939 viene trovato morto nel suo appartamento di Vienna, insieme alla compagna Camilla Castagnola. Intossicazione da monossido di carbonio, dice la versione ufficiale. Una stufa difettosa. Una fatalità. Ai suoi funerali partecipano migliaia di persone. Vienna saluta il suo Mozart del pallone, il ragazzo che giocava scalzo per non consumare l’unico paio di scarpe, diventato il più grande calciatore della sua epoca e, suo malgrado, un simbolo. La Germania del Reich voleva usarlo per vincere un Mondiale e raccontare al mondo la propria grandezza. Mathias Sindelar scelse di restare semplicemente un calciatore austriaco.